ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivio per la categoria “Mare”

Afternoon

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I pomeriggi che passo nella casa sul mare hanno un che di meditativo; il sole che cala mi trova esposto agli appuntamenti con me stesso, con quello che sono diventato; un uomo dalle mani rugose, il carattere pure, corazzato all’apparenza, un cuore che batte.
Saranno stati i giocattoli a farmi diventare così; i sonagli dei primi mesi, le biglie, i carri armati a batteria. Lavavo i soldatini; li mettevo sul davanzale ad asciugare che i vicini dicevano a mia madre. “Ma com’è che tuo figlio lava i giocattoli?” Lei allargava le braccia:“E’ fatto così.”
Mi piaceva lavare i giocattoli e il senso di decoro che ne traevo; ne ero certo, un giocattolo pulito si sarebbe sentito più amato.
O le canzoni, forse mi hanno costruito le canzoni; mentre ascoltavo The dark side of the moon mi immaginavo sulla luna a esplorarla; mi è sempre piaciuto guardare dall’altra parte, dove è buio, dove nessuno guarda.
Davanti ho il mare, lungo l’orizzonte un’isola; lì ci sono stato d’inverno quando il mare arrivava sulle case e le onde alle finestre. il ristorante era in piazza, devo averci le foto da qualche parte; di notte da qui si vede il faro.
Sono seduto sul gradino le mani sulla pietra calda; il sole di marzo sprofonda verso l’estate.

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La mia barca vola

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La mia barca vola; si è alzata di prua, una spinta di poppa, ha preso l’aria e in mare non è tornata più.  Una barca che vola non si è mai vista e poi non si pesca, col salvagente non sai che farci e non hai moli per ormeggiarti. Già, e ora dove attracco? Facile: a un albero, al palo della luce, al traliccio dell’Enel o direttamente al K2. Ho la bussola, direzione Sud Est dove tira il vento caldo; le rondini; nemmeno una barca che incontra le rondini si è mai vista. “Vi do un passaggio salite.”  ma si scansano che nemmeno loro una barca che vola l’hanno mai vista.

Il primo tuffo del 2015

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La strada che mi porta al mare è una discesa perenne, mentre la percorro rasentando i muri pare che pure la mia ombra cerchi riparo, io col cappello di paglia lei con quello nero. Rasento Via Ancona e via Torino, dopo via Amalfi la fila di ombrelloni mi appare davanti, rassicurante. Al bar del lido mi salutano come se la casella col mio nome potessero finalmente riempirla; un altro anno loro cliente, in questi tempi effimeri non è affatto poco. Saluto Tizio, abbraccio Caio: Come va, tutto bene? Si, vabbè, per come per quando. Ogni passo vero l’acqua è una conquista, ogni stretta di mano un ostacolo da superare in fretta. Il bagnasciuga mi accoglie fresco, morbido, invitante. L’acqua alle caviglie, poi alle ginocchia: mi immergo. E’ un tornare alle origini il mare, una Penelope che aspetta il mio ritorno. Qualche bracciata in superficie poi sott’acqua in apnea a sfiorare la sabbia, a coprire distanze senza il respiro, come se tutto il mare mi concedesse come ad abbracciarmi come io abbraccio lui. Pochi secondi, pochi attimi per queste effusioni. Mi avvio verso riva, più in là ciurma che gioca a palla. “Papà facciamo il coccodrillo!” Il coccodrillo, lui nuota e io debbo raggiungerlo mimando un coccodrillo. Mi sale sul dorso “L’ho catturato, l’ho catturato!!” Affondo sotto il suo peso, la sabbia del fondo brilla in un modo che non so descrivere.

In barca

Oggi è cominciata la mia stagione di pesca; in ritardo a dire la verità ma il tempo e un problema all’impianto elettrico ci hanno messo lo zampino facendo passare aprile e maggio; giugno però è un buon mese per uscire perché comincia la stagione degli sgombri.
Ieri ho preparato le esche, le lenze e ho fatto benzina; stamattina io e Giovanni siamo partiti. Dopo l’alba la giornata si presenta grigia e il mare pare una grande pelle di serpente; siamo diretti all’orizzonte dove altre barche sono già in pesca.
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Fendere le onde e allo stesso tempo adagiarvisi, lasciarsene cullare, scendere nel cavo, risalirne la cresta, adeguare il proprio baricentro agli spostamenti dello scafo, seguire una rotta e contemporaneamente guardarsi attorno. Che bello qui, che bella questa vita mobile. Un delfino compie le sue evoluzioni a pochi metri dalla barca.
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Ma questa non è una giornata di pesca è un film, uno di quelli tra favola e realtà. Mezzo miglio più avanti vediamo una pinna immobile nell’acqua; è un pesce luna una di quei “mostri” meravigliosi di cui è pieno il mare. Ha l’abitudine nei mesi estivi di stazionare in superficie, a noi pare che dorma così ci avviciniamo. Nel retino più grosso che ho entra solo la testa ma è utile a portarlo sotto bordo; Giovanni, la forza di mille tori, lo solleva e depone sulla plancia. Una bocca potente, la faccia di un suonatore di trombone, l’occhio nero e tondo a dire “Non ho mai fatto male a nessuno io!” pare una luna vera, bella come quella dei cartoni; un pesce felliniano. Una foto e poi lo liberiamo.

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Si pesca finalmente; poco piombo, sugli ami i filetti di alici; via giù. E’ un flettersi di canne ora, un balenare verdastro di sgombri risucchiati dal profondo. Alla fine ne prendiamo 46. Li preferisco alla brace, marinati in olio extravergine, limone, aglio, prezzemolo, accompagnati da un bianco freschissimo.
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La spiaggia di febbraio

Per vedere davvero il mare bisogna lasciarsi dietro la città, separarsi dai suoi crocicchi, lacerare la pellicola che separa lo scontato dal reale e incamminarsi verso l’acqua.
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La bandiera rossa in inverno è un brandello lacero, l’asta inclinata dai venti il residuo di un naufragio il cui relitto pare essere lì sotto sepolto dalla sabbia.
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Se il mare è uno specchio per le nuvole può esserlo anche per noi; ma per conoscersi non basta riflettersi serve andare più in là, rompere la superficie solida e consolatoria delle nostre sicurezze, tuffarcisi dentro a occhi aperti.
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Una boa gialla. Sconvolge le cose il mare, le trasforma, le trasporta altrove e nulla è come prima; non lo è la boa divelta dalla sua catena, non lo è l’isolotto sulla destra eroso dalle onde.
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Casa al mare. Grigia con le finestre celesti e le ringhiere corrose dal sale; non è cambiata negli anni se non nelle parabole, corrose anch’esse.
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Le cabine. Gli amichetti quelli un po’ ricchi ci entravano bagnati e uscivano cambiati e asciutti, alcuni anche pettinati che non pensavi tornassero dal mare piuttosto dal doposcuola.
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Murales sul retro di cabine.
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Lanciare lenza, piombo ed esca 100 metri di distanza. E’ il lancio il momento più bello, quello in cui tutto deve ancora accadere e braccia, gambe e muscoli come la mente si protendono verso il largo. Un lancio è sempre segno di ottimismo.
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Già, prendere il largo magari su una tavola aspettando l’onda buona quella che ti porta riva e a te pare di volare. Si chiama felicità.
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Che poi nel mare niente lascia il segno; nella sabbia si, per pochi secondi, come le mie orme sulla battigia.
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