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Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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La mia barca vola

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La mia barca vola; si è alzata di prua, una spinta di poppa, ha preso l’aria e in mare non è tornata più.  Una barca che vola non si è mai vista e poi non si pesca, col salvagente non sai che farci e non hai moli per ormeggiarti. Già, e ora dove attracco? Facile: a un albero, al palo della luce, al traliccio dell’Enel o direttamente al K2. Ho la bussola, direzione Sud Est dove tira il vento caldo; le rondini; nemmeno una barca che incontra le rondini si è mai vista. “Vi do un passaggio salite.”  ma si scansano che nemmeno loro una barca che vola l’hanno mai vista.

Il mondo sopra gli alberi

I ritagli di tempo dello scorso fine settimana l’ho dedicato alla potatura degli ulivi.
E’ un lavoro lento,  perché ogni albero ha una storia a sé che occorre “leggere” prima di cominciare a tagliare.
La potatura, l’ho già detto, è operazione che amo perché mi dà l’idea della forgia,  della costruzione estetica oltre che funzionale. Non stupisca il riferimento all’estetica, un albero ben potato è innanzitutto bello.
Per salire uso una scala di alluminio con cui mi sposto lungo il perimetro dell’albero ma a volte non basta, bisogna entrare dentro, penetrare nella chioma; allora lascio la scala  e “sbarco” sull’albero; lo faccio con l’agilità pesante di un orango di mezza età.
Spostarsi sopra un albero è qualcosa di più che un gioco di equilibrio, qualcosa di più che dosare le forze e bilanciare il peso in maniera corretta; spostarsi sopra un albero è innanzitutto avere presente il senso dell’aria e della quota. Si è eterei lassù, si perde il rapporto con il suolo e così anche i pensieri si fanno leggeri (nel senso della levità); sono volatili, essenziali, spartani; come se non si avesse uno zaino abbastanza grande per portarsene di tutti i tipi. Leggeri ma che restano scolpiti tanto che dal cervello rotolano nella tasca e lì restano.
Da qui l’orizzonte lo vedi ben lontano e libero da ostacoli di ogni tipo; anche l’ossigenazione del cervello pare migliorata, tanto che le minuzie a cui davi peso ora nemmeno sai dove cercarle; resta l’essenziale, il peso netto delle cose.
Da qui, da questa tela di ragno sulla quale mi muovo ho nitida la sensazione dell’altezza e della diversità; quattro metri sopra il suolo direbbero gli innamorati. Quattro metri per infrangere lo specchio narcisista e consolatorio del suolo, forarlo, emergere oltre il tetto di rami e di foglie e guardarsi attorno prima di ridiscendere, di saltare a terra, su quel suolo pure lui bello da calcare non foss’altro perché costituisce la base solida da cui spiccare i salti.
Salire, discendere, risalire ancora ridiscendere, non stare mai alla stessa quota. Questo è il segreto…ma non lo dite a nessuno.
Ne frattempo osservo un altro ramo, ne valuto il senso, la portanza; verifico se risponde alla funzione geometrica che ho in mente e poi lo lascio stare o lo taglio usando il segaccio per quelli grossi, la forbice per i rametti piccoli. Quando avrò finito l’albero avrà cambiato aspetto.

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