ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivio per la categoria “Musica napoletana”

Core ‘ngrato

L’attimo in cui un amore finisce è memorabile,  deve essere di quelli che spaccano la terra  fino al centro e ci puoi guardare dentro per quanto è larga la fessura. Così, un po’ per la canzone che sto ascoltando, un po’ perché parlarne  ci fa in qualche modo resistenti (stavo per dire immuni ma non si può uscire immuni  da un abbandono) mi piace pensare  a questi momenti  in cui l’aria ancora si muove per le parole dette, le ultime prima della fine. Cadono i veli, le finzioni, cadono fin’ anche i silenzi, tutto si manifesta; a teatro sarebbe la scena madre o in un poliziesco quella in cui si svela il colpevole, se un colpevole ci potrà mai essere in un addio. E la gratitudine, la gratitudine potrà mai esserci in un addio? No, come non c’è in nell’amore; in affari o nell’amicizia forse, in amore no perché non c’è la ragione che media, non la valutazione  dei fatti e delle occasioni; la corda qui si recide netta lanciando nel baratro almeno uno dei due.
“Core ‘ngrato” è una canzone napoletana notissima scritta nel 1911 da Alessandro Sisca. Ho scelto una versione di Lina  Sastri; mi piace  il suo modo piano di interpretarla, senza enfasi; mi piacciono i violini e come lei canta il ritornello, quel  “Core” invocato è un richiamo ultimo e disperato, una voce nella valle che attende l’eco. Vorrebbe che qualcuno la sentisse e rispondesse; ma nessuno risponde.

Core ‘ngrato.

« Caterina! Caterina!
Perché mi dici queste parole amare?
Perché mi parli e il cuore
mi tormenti, Caterina?
Non dimenticare che ti ho dato il cuore, Caterina
Non dimenticartelo.

Caterina, Caterina che cosa vogliono dire
questi discorsi che mi danno gli spasimi?
Tu non ci pensi a questo cuore mio
Tu non ci pensi, tu non te ne curi.

Cuore, cuore ingrato
Ti sei preso la mia vita
Tutto è passato
e non ci pensi più

E il confessore che è persona santa
Mi ha detto: Figlio mio, lasciala stare, lasciala stare.

Cuore, cuore ingrato
Ti sei preso la mia vita
Tutto è passato
e non ci pensi più. »

Annunci

Reginella

Se le storie d’amore durassero per sempre la vita sarebbe una favola stile Biancaneve, magari movimentata all’inizio ma per certo destinata alla serenità; se le storie d’amore durassero per sempre i poeti non scriverebbero più nulla e di canzoni d’amore ce ne sarebbero poche poiché senza struggimento, rimpianto o delusione pochi sarebbero i motivi per cantare. La vita sarebbe un lago d’acqua cheta o se volete un paradiso terrestre ai tempi di Adamo e Eva prima della mela.
Invece le storie, specialissimi e ripetuti urti tra due medesime palline, finiscono; alcune in maniera brutale che non ci pare vero che quella davanti a noi sia la stessa persona a cui dedicammo i pensieri migliori e le rose più belle; altre consumate dalla noia, altre ancora sono travolte dagli eventi, ad esempio uno tsunami che tutto travolge e quello che era sopra finisce sotto e quello sotto sopra che nemmeno i cocci trovi più. Va così la vita e nessuno può metterci una pezza. Ciò nonostante ci sono delle storie che seppur finite restano nel limbo del non concluso, una sorta di disco interrottosi in un qualche solco e non più ripartito; sono quelle storie che lasciano dietro sé una dolcezza lieve e triste assieme, una carezza che se potessimo all’altro/a faremmo volentieri, magari solo accennandola con la mano.
Una storia così la racconta “Reginella” celeberrima canzone napoletana scritta da E. Bovio nel 1917; eh si, 100 anni fa gli amori erano come quelli di adesso che credete.
Nel testo si racconta di lui che in una strada di Napoli rivede il suo passato amore. Lei è con le amiche e si atteggia a sciantosa (dal francese chanteuse, cantante, ma qui nell’accezione di donna fatale, ammaliatrice) e parla addirittura in francese; a lui vengono in mente i tempi in cui stavano insieme e mangiavano pane e ciliegie.

Nuje campávamo ‘e vase, e che vase!
Tu cantave e chiagnive pe’ me!
E ‘o cardillo cantava cu tico:
“Reginella ‘o vò’ bene a stu rre!”

Noi vivevamo di baci, e che baci!
Tu cantavi e piangevi per me.
E il cardellino cantava con te:
Reginella vuoi bene al tuo re!

Ma le storie come si diceva poc’anzi non hanno tutte una buona sorte e anche questa per motivi che non sappiamo finisce. Persino il cardellino compagno canoro del loro amore diventa prigioniero nella sua gabbia, è meglio che voli come è volata via la sua padrona.

Oje cardillo, a chi aspiette stasera?
nun ‘o vvide? aggio aperta ‘a cajóla!
Reginella è vulata? e tu vola!
vola e canta…nun chiagnere ccá:
T’hê ‘a truvá na padrona sincera
ch’è cchiù degna ‘e sentirte ‘e cantá…

Ma è una storia questa, lo dicevamo, di quelle a metà strada tra la tristezza e il rimpianto così l’accenno di risentimento di cui sopra si scioglie nella consapevolezza che tracce di quell’amore sono rimaste, conservate dal vento o svelate dagli angoli delle strade, così:
T’aggio vuluto bene a te!
Tu mm’hê vuluto bene a me!
Mo nun ce amammo cchiù,
ma ê vvote tu,
distrattamente,
pienze a me!…

Ho scelto la versione live di Massimo Ranieri perché lieve, delicata e sfrondata da qualsiasi orpello; esecuzione ispirata peraltro. Guardatelo mentre canta, sembra un uccellino che vuole volare tra le braccia del pubblico. E il pubblico lo prende in braccio.

Vieneme ‘nzuonno

Se i pensieri si possono in qualche modo regimentare (posso smettere di pensare a qualcosa o a qualcuno se non mi va) lo stesso non posso fare coi sogni; se i pensieri sono in qualche modo legati al corpo il sogno non lo è per nulla, libero com’è di vagare per il mondo. “Cogito ergo sum” esisto quando penso, e se sogno? Esisto esisto; diciamo che divento una barca senza remi e timone con nessuno che mi possa indicare la direzione né azionare freni inibitori; resto in balia dell’acqua placida, o turbolenta.
Accade nella fase Rem, quella in cui i neuroni si fanno da parte, “non si vede e non si sente”, lo spazio esterno non esiste e quello interno prende il suo posto. Non c’è un senso di marcia nel sogno, né una localizzazione geografica o temporale, nemmeno vale il principio di non contraddizione così che può accadere tutto e il suo contrario senza che in chi sogni desti sorpresa o incredulità. Immagini del passato, frammenti del giorno appena trascorso, aneliti, paure, cose che a volte si possono raccontare altre no e che spesso, come accade a me, nemmeno si ricordano.
Che peccato perché il ricordo è l’unico resoconto del sogno; uno strumento collegato al mio cervello può rilevare che sto sognando ma non cosa; che meraviglia però, quale mirabile segreto custodisce la nostra psiche, accessibile e noi e a nessun altro.
“Vieneme ‘nzuonno” Vienimi in sogno, canta sobrio Nino D’Angelo in questa perla, forse poco conosciuta, della canzone napoletana; chiede a colei che fu la sua donna di venirgli in sogno.

“Vieneme ‘nzuonno”

E pass’ ‘o tiempo
sunnanno ll’ammore,sultanto ll’ammore,
e nun s’arrenne
‘stu core, penzanno, aspettanno a te.
Pure ‘a vernata fredda
se ll’accarezza ‘o sole,
ma ‘o sole,
‘o sole mio addò stà?

Vieneme ‘nzuonno, sì, vieneme ‘nzuonno:
nun me scetà, famme, mpazzì, vicino a te;
me pare overo ca si’ turnata
comm’ ‘a ‘na vota abbracciata cu me,
ammore, ammore mio.
Sent’ancora dint’ ‘e vvene
‘o desiderio e ‘o bbene,
damm’ ‘a mano, damm’ ‘o core,
io voglio sulo a te…
Vieneme ‘nzuonno, sì, vieneme ‘nzuonno,
te voglio di’: ‘o sole mio,’o sole mio si’ tu!

Facimme pace, nun ‘mporta ‘o passato, ce sta ‘nu dimane;
io cont’ ‘e juorne
suffrenno, vulenno sultanto a te.
‘Sta vita nun è vita,
si nun ce sta ll’ammore,
è ammore
ll’ammore mio si tu!

Vieneme ‘nzuonno, sì, vieneme ‘nzuonno;
nun me scetà, famme, mpazzì, vicino a te;
me pare overo ca si’ turnata
comm’ ‘a ‘na vota abbracciata cu me,
ammore, ammore mio.
Sent’ancora dint’ ‘e vvene
‘o desiderio e ‘o bbene,
damm’ ‘a mano, damm’ ‘o core,
io voglio sulo a te…
Vieneme ‘nzuonno, sì, vieneme ‘nzuonno,
te voglio di’: ‘o sole mio,’o sole mio si’ tu!

Testo anomalo senza dubbio; nessun gesto che possa dirsi fisico, nessuna invocazione strappa cuore, non una serenata, né un grido, una lettera, un tentativo di incontro; niente di reale e in qualche modo di “maschio”; solo il desiderio di vedersi apparire in sogno quella che fu la propria donna. Tutto è finito, nulla pare rimediabile; resta l’anelito del breve spazio temporale di un sogno, oh ma non pensate sia un’attitudine da considerarsi debole; la trovo anzi una dimostrazione di forza, una dichiarazione d’amore formidabile.

” I’ te vurria vasà” cantata da me

Cara Loula, “La canzone del Piave” non è nelle mie corde così pure (per quanto il titolo mi rappresenti non poco) “Vecchio scarpone”; entrambe troppo marziali e ridondanti. “I te vurria vasà” la sento più mia (sono del sud e qualunque lenza lanci mi torna con all’amo qualcosa di napoletano) per cui un po’ per gioco un po’ perché ogni promessa è debito soddisferò la richiesta di m. e la canterò a cappella; la prima strofa e il ritornello che farla tutta mi pareva uno sproposito.
L’ho registrata in macchina nel tardo pomeriggio mentre fuori pioveva e non è stato un male poiché lo scosciare della pioggia oltre a fare da insperato sottofondo ha coperto più di qualche mia incertezza. Ero in campagna e il piccolo quadrupede che vedete allontanarsi a un certo punto è il mio cane; il fatto che non sia riuscito a sentirla fino alla fine un po’ mi preoccupa anche se credo a spaventarlo siano stati più i tuoni (era una vera bufera) che la mia voce.

Lontano lontano

Quanto è ampio il raggio d’azione di un amore, fino a quale distanza fa sentire i suoi effetti? Nessuno lo sa. Se per un giavellotto o per un disco possiamo ipotizzare la distanza massima a cui può portarli un lancio per un rapporto sentimentale no; evidentemente l’energie che l’amore sprigiona hanno poco di fisico o muscolare, difatti nessun allenamento ne migliora la prestazione. A dispetto delle leggi della fisica e delle regole che governano il moto dei corpi due persone possono amarsi anche stando agli antipodi, si tratta di una comunicazione a così grande distanza che non richiede energia alcuna.
Non si sa ancora (né lo scoprirò io), quale flusso riesca a collegare due entità fisiche così distanti, un flusso che sia misurabile intendo. Deve trattarsi di qualcosa di portentoso e di veloce, forse più della luce; e poi senza alcun tramite visto che non ha bisogno né di un computer di origine né di un server né tantomeno di un modem.
Potreste dire: “Ma è semplice, due innamorati comunicano col pensiero…” . E’ vero, ma se non ci fosse l’amore tali pensieri non arriverebbero sempre a destinazione o ci arriverebbero rifratti e invece ognuno di essi arriva nel punto esatto dove deve arrivare. Incredibile no?
A me però quello che interessa non è tanto il filo invisibile che unisce due corpi, quanto i due nodi che si formano alla sua estremità. Nodi stretti attorno a qualche organo (non necessariamente il cuore; può essere uno dito, una spalla, un collo) che io vedo come un sigillo, un qualcosa che racchiude qualcos’altro che può essere solo di quei due e di nessun altro; punti di sutura di una ferita identica in entrambi i corpi. E’ la famigerata “ corrispondenza d’amorosi sensi”, quello stato di grazia che fa si che tutto quello che ci succede passa automaticamente all’altro contento a sua volta di riceverlo.
Te voglio…te penzo…te chiammo
Te veco… te sento… te sonno

Canta Sal da Vinci nella celeberrima “Passione” (Libero Bovio, 1934). Anche qui la lontananza se da un lato è fiamma che consuma dall’altro diviene consapevolezza estrema della propria forza e dell’importanza dell’altro. Ascoltatela.

http://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=uTv-26u57kQ

Nodi allora; terminali formidabili di corrispondenze altrettanto formidabili. Con nodi di questo genere la lontananza diventa uno stato fisico poco o nulla importante. Intendiamoci, non che il fuoco del desiderio non divampi ma paradossalmente la distanza diviene prova affascinante da superare anzi pare arricchire di più il rapporto come se in questo frattempo le cose che si scoprono dell’altro siano tali e tante che diverrà bello dirgliele al ritorno.
Per conto mio ritengo la distanza più che una limitazione l’opportunità di “godere” meglio dell’altro. Non so quale poeta, forse io, scrisse un giorno a tal proposito:
“La tua assenza è un fazzoletto che ha all’angolo un nodo,
la tua assenza è un crogiolo dove fondo metalli bellissimi”.

Navigazione articolo