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Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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Un mondo a parte

Non credo sia per l’età poiché già da ragazzo ero affascinato dalle piccole cose; il risvolto della foglia, l’acqua che penetra nella terra, il tremore della voce, una ruga, il ticchettio di due dita sul tavolo. Erano per me un punto di partenza, un libro che si apriva, un mondo a parte avrebbe detto qualcuno ma tant’è. Gli anni non mutarono molto la mia visione delle cose; il groviglio di una lenza continuò ad interessarmi più di un’adunata oceanica.
Non che le cose col grandangolo non le guardassi ma le trovavo dispersive, poco educative, alla fine non interessanti. Invece il percorso di una goccia d’acqua sul vetro vuoi mettere che bello: come si sceglie la strada da fare? Perché devia qui e non lì? Qual è il suo scopo? Beh, immaginate la reazione di chi mi sente fare tale domanda; quale può essere lo scopo di una goccia che scende lungo un vetro; non c’è, scende e basta.
La recente vita di campagna piuttosto che riportarmi a riflettere sui tramonti e gli spazi aperti ha perfezionato una certa visione macro delle cose; così mi interessa la formica che trasporta carichi, il percorso della nuvola, le volute del falco. Per carità, non che debba ricavarci chissà che ma dopo una giornata a discutere di questo e di quell’altro con questo e quell’altro i tardi pomeriggi così mi fanno star bene; è come se tutto si muovesse per me, per mettermi a mio agio e riappacificarmi col mondo. Cosa si impara? Nulla però è bello, tutto è un brulichio qui, uno spettacolo di luci, di colori e di suoni Silenzio, la vecchia bottiglia di latta da inizio al concerto.

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The Paris Match

L’ho ritrovata come si ritrovano le cose mai perse veramente; una moneta dietro una tenda, la chiave del lucchetto della bici, un ciottolo su cui inciampi mentre pensavi che la strada fosse sgombra. Una canzone che accompagnò un mio viaggio in Spagna ritornata in superficie nemmeno io so come e perché. E’ il caso, è il caso che ci governa; lo stesso per cui ora ti trovi qui a leggermi e non sai nemmeno tu perché, semplicemente per quel calcolo combinatorio che dopo pochi disordinati click ti ha messo in contatto con me che scrivo di “The Paris Match” in questa versione con Tracey Thorn (quella degli Everything but the girl) che amo molto.
E’ che a venire in superficie sono le cose che contano, banali se volete (d’altra parte può essere importante una canzone?) eppure diventano caposaldi su cui piantare bandiere. Questa canzone l’ascoltai tra i morsi della fame a Alicante, davanti a un pollo fritto a Tarifa o mentre compravo scarpette da ballo a Algeciras; ma se le cose hanno un senso è per quel loro piantarsi nel profondo e scomparire ( le diresti sepolte) per poi affiorare d’incanto e scuoterti come un albero.

The Paris Match
Empty hours spent combing the street
In daytime showers they’ve become my beat;
As I walk from café to bar
I wish I knew where you are;
Because you’ve clouded my mind
And now I’m all out of time.

Empty skies say try to forget
Better advice is to have no regret;
As I tread the boulevard floor
Will I see you once more;
Because you’ve clouded my mind
‘Till then I’m biding my time.

I’m only sad in a natural way
And I enjoy sometimes feeling this way;
The gift you gave is desire
The match that started my fire.

Empty night with nothing to do
I sit and think every thought is for you;
I get so restless and bored
So I go out once more;
I hate to feel so confined
I’m only sad in a natural way
And I enjoy sometimes feeling this way;
The gift you gave is desire
The match that started my fire.

A Firenze per il saggio

Si sale in una comitiva di auto che paiono i panzer della Wehrmacht. Ad Attigliano cede la prima stroncata dalla mancanza di corrente a Fabro la seconda da un sensore di giri che non va. Le lasciamo coi loro equipaggi alle cure dei meccanici e proseguiamo. Ah queste auto del sud…
La mia fa il suo dovere e nel pomeriggio sono a Firenze; una doccia in albergo e poi in centro. Santa Maria Novella, Ponte Vecchio, Piazza della Signoria, Piazza Duomo; alla luce della sera sono apparizioni che non crederesti provenire da questo mondo. Bellissima; le sue piazze e le sue gonne mozzafiato.
Firenze, piazza Duomo

Il giorno dopo il saggio musicale dei ragazzi di scuola media. Dialetti veneti, emiliani e siciliani insieme; chitarre, archetti di violino, bacchette, sassofoni, spartiti; l’orchestra di Linguaglossa ha solo 18 elementi ma bravi e hanno delle belle divise. I miei oggi suonano il clarino in un ensemble, li vado a vedere il pomeriggio nella saletta di un convento. Piccoli uomini con i primi peli di barba, ma i volti hanno già lineamenti da grandi e se li guardi negli occhi ci può vedere come saranno; le ragazze hanno i fianchi già belli accennati, i reggiseni sotto le magliette e le facce da donna.
A vederli così nella luce del primo pomeriggio sono tante perle infilate a un unico grande filo; almeno così mi paiono mentre li fotografo da dietro.
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Guantanamera

L’ultima di Zucchero, una cover di “Guantanamera”, mi ha fatto tornare alla mente una versione isolatissima e poco conosciuta in cui tempo fa per caso mi imbattei. La interpretava un mix di artisti spagnoli e il video era di quelli poveri, sarà costato 6 euro: un cortile tra i palazzi, delle piante nel vaso, panni stesi e niente più; quasi un oltraggio all’ iconografia ufficiale che fa di questa canzone l’emblema dell’alma de Cuba. Mi piaceva invece questo modo giocoso di proporla, leggero, come leggere sono le cose che divertono, e essenziali. Così me lo sono visto e rivisto e non mi sono mai stancato.
Ecco il testo tradotto:

“Io sono un uomo sincero
di dove cresce la palma
e voglio, prima di morire
far uscire i miei versi dall’anima.
Guantanamera, guajira Guantanamera
Guantanamera, guajira Guantanamera
Il mio verso è di un verde chiaro
ed è di un carminio acceso
il mio verso è un cervo ferito
che nel bosco cerca riparo.
Guantanamera, guajira Guantanamera
Guantanamera, guajira Guantanamera
Ai poveri della terra
voglio unire il mio destino
il ruscello del monte
mi piace più del mare
il ruscello del monte
mi piace più del mare”.
Guantanamera, guajira Guantanamera
Guantanamera, guajira Guantanamera
Coltivo una rosa bianca
a luglio come a gennaio
per l’amico sincero
che mi dà la sua mano franca.
Guantanamera, guajira Guantanamera
Guantanamera, guajira Guantanamera

Così vanno le cose, uno naviga su YouTube in cerca di chissà che, trova un video strano di questi e non si stanca mai di ascoltarlo.
E questo è il video:

Così vanno le cose; e a volte pure il caso ci mette lo zampino facendoti capitare davanti un video in cui dentro ci trovi uno che pare assomigliarti come una goccia d’acqua. Lo vedete da vicino a partire dal minuto 2 e 41. Si chiama Huecco, un artista spagnolo che non conoscevo e che è uguale a come ero qualche anno fa; i medesimi lineamenti, lo stesso sguardo, gli stessi occhi; impressionante. Gli auguro, almeno lui, di conservare i capelli.
Negli ultimi secondi del video Marina Abad, voce degli “Ojos de Brujo” fa una “mossa” che i suoi seni paiono percorrere tutte le longitudini.
Figuratevi se non finivo a parlare di seni. Tutti uguali questi uomini; del sud poi te li raccomando.

Due parole sul Festival di Sanremo 2012

Non era aria quest’anno per il Festival. La testa era altrove; alla crisi, alla mancanza di lavoro, ai soldi che non bastano mai. Sanremo quest’anno era una mosca ronzante di cui molti avrebbero fatto a meno; fosse stato per me l’avrei sospeso.
E’ con questo stato d’animo, che ieri sera mi sono avvicinato allo show e quello che ho visto è andato al di là di ogni previsione. Se è vero che il buongiorno si vede dal mattino lo sketch iniziale di Luca e Paolo con le solite canzoncine rattoppate e le solite frasette su Berlusconi ha dato il la alla serata; volgare, scontato, a tratti avvilente: zero comicità, zero in tutto.
Gianni Morandi è apparso stanco e poco lucido, senza verve e autonomia: una marionetta in balia del gobbo. I minuti passavano e disgustoso mi diventava quel teatro e quel pubblico plaudente, fastidiosa la prima fila di vip e super vip; tutto stonato, fuori posto, tutto esageratamente troppo.
Ma non lo era, il troppo doveva ancora arrivare e sarebbe arrivato con Celentano.
Ora uno si può chiedere come si possa ricamare Sanremo su un ospite al punto da dargli 50 minuti di palcoscenico; si può chiedere quale senso abbia, al Festival della Canzone Italiana, relegare i cantanti a mero contorno del Celentano-pensiero. Chiedetevelo anche voi, non troverete risposta se non cercandola nelle farfugliate menti dei vertici Rai che abbagliate dal miraggio del superospite salva programma hanno dato agio a un confuso Celentano di gettare fango su questo e quell’altro; idiozie peraltro, neanche cose sensate.
Così alcuni “inutili” giornali cattolici dovrebbero chiudere in quanto non parlano a sufficienza di Dio. Così Aldo Grasso, reo di averlo criticato, viene definito “deficiente”. Così la Corte Costituzionale viene derisa  perché non ha dato il consenso al referendum sulla legge elettorale, come se un milione e  duecentomila firme (tutto si vorrebbe fosse concesso al populismo) costituiscano di per sé garanzia di legalità e di osservanza della Costituzione.
Celentano, Gianni Morandi, Pupo; tutti e tre accomunati da un qualunquismo che ha del primordiale, dall’ignoranza estrema, dalla mancata conoscenza delle più elementari regole di una società democratica; un’accozzaglia informe di barbarie sputata su un palco in prima serata. E poi Rocco Papaleo, uomo di teatro, che “..sono stato onorato di aver fatto da maggiordomo a Celentano”. Venite gente, venite, a Sanremo stasera si recita l’involuzione della specie. 
Un fallimento assoluto da cui si è salvata solo la  Belen. Meravigliosa qualunque cosa faccia.

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