ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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La nebbia di qui

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Uno dice la nebbia è nebbia invece no. Quella di qui non è come quella vostra, unanime e solidale, compatta e ben inquadrata; è invece svogliata e decadente, instabile e tiepida come un suffumigio. Però lo sapete, a noi di qui piace darci le arie di quelli del nord così dopo pandoro, panettone e albero di natale (quando mai si è visto un abete qui) anche la nebbia è un logo da adottare. Qui da me poi, tutto colline brulle e terrazzi, la nebbia fa tanto pianura padana con le risaie dritte e a perdita d’occhio che a percorrerle fino ai confini ci vuole lo scooter. Macché, qui ogni pezzo di terra è un fazzoletto pietroso chiuso da un muro a secco; a scenderlo e salirlo consumi scarpe e malleoli e se devi portare pesi nemmeno ti dico cosa devi penare.
Però è bella la nebbia si; ti fa sentire etereo o, perché no, in cammino per il paradiso che da un momento all’altro ti aspetti San Pietro sbucare dalla bruma e farti: “Bu!”
Così in macchina accendiamo i fendinebbia, non li abbiamo mai usati da quando l’abbiamo comprata e infatti fanno una luce vivida di lampadina nuova. Che poi a non vedere oltre il cofano non tutti qui sono abituati così li vedi (si fa per dire) sulla statale a 25 all’ora con gli antinebbia, le quattro frecce accese e gli manca il lampeggiante sul tetto sennò lo accenderebbero pure. E poi le strade, le case, ci sono non ci sono; le misure falsate le distanze mutate:
“Qui dev’esserci un bar, e il benzinaio, dov’è finito il benzinaio?”
E le fabbriche. Già prima della nebbia più di là che di qua; se dovevo passarci mi toccava chiamare e chiedere:
“Siete aperti oggi?”
“Oggi si è martedì, giovedì e venerdì no.”
Fabbriche come quelle della foto qui sopra; ce n’era una sulla sinistra dopo il palo della luce. Maledetta nebbia non la vedo più.

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Colours

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Non tutto è perduto se ci restano i colori. Non tutto è perduto se in tasca ci resta il giallo per il grano, il rosso per i papaveri e l’azzurro per il mare.
Usiamoli allora, coloriamo! Tutto ciò che ha colore è degno di vivere, i colori sono ponti, l’arcobaleno lo è. Sono ciottoli emersi buoni per guadare un torrente, testimoni da prendere a volo per proseguire una corsa, polline disperso alla ricerca di un substrato che sia l’ Islanda, il cratere di un vulcano, il deserto, il fondo del mare.
Con i colori negli occhi persino la morte non è più definitiva ma diventa un tragitto d’autobus, il percorso interessantissimo tra una fermata nota e un’altra che non conosci.

La macchia mediterranea precipita nel mare verde smeraldo. Tutto è luce in questa terra bruciata, tutto incantato e magico; verrebbe voglia di tuffarsi nel verde cristallino che è laggiù. Infrangerne la superficie, immergersi e valicare il confine con lo scibile.

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Due alberi sulla cima di una montagna di massi brulli. Uno più grande e possente l’altro esile ma sempre forte. Vicini chissà, per darsi una mano quando serve ma distanti e autonomi, si godono il panorama e il mare lontano; sopra i sassi si crogiolano le lucertole.

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Nuvole gonfie e pulite, un prato di fiori gialli, sullo sfondo i contrafforti grigi una fabbrica che mai è sembrati così lontana. Se ne intravedono solo i lineamenti, eppure esiste anzi è in piena attività; ma ora è una linea grigia annegata in un mare di luce.

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La burrasca è da poco finita. La linea increspata dell’orizzonte, la spuma delle onde, la riva da dove tutto parte e dove tutto arriva, i relitti, gli odori dell’alga strappata al fondale. Tra un po’ tornerà l’azzurro ma ora i colori sono tenui di quiete ritrovata.

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La collina e più giù il promontorio con la torre di avvistamento. Il mare azzurro, il cielo limpido, la luce che abbaglia. Sulla destra una quercia, un fico d’india. Ancora più in basso il dirupo; tira un sasso e lo vedrai perdersi nella voragine.

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Grigie le città, grigi i palazzi, grigie le strade; abbiamo troppo grigio attorno per non cercare ristoro nei colori.

La ladra

Oggi ho visto dove abita la ladra: con i genitori in una casa diroccata con un telo sul tetto nel punto dove mancano le tegole; mi ha chiesto un passaggio e io che salivo per andare in campagna gliel’ ho dato.
– Dio te ne scampi, non la guardare negli occhi, ti fa fare quello che vuole è così che ruba! – raccomanda chi ci ha avuto a che fare. Eh si, pare che le basti guardarti per farsi consegnare soldi, orologio e borse della spesa tanto che qui nei supermercati non la fanno più entrare. Ora si sa, gli uomini (che pure si atteggiano ad eroi) hanno paura di tante cose e così io; ancor di più hanno paura di una donna che con uno sguardo li comanda tanto che a loro, abituati a fare i gradassi, i muscoli si fanno molli e non riescono nemmeno a dirle: “Non lo puoi fare che io sono l’ uomo e tu la donna”.
Ma la strada era in pendenza e lei affaticata così l’ho fatta salire.
E’ tutta nera e ha la pelle color oliva, non ha più di quarant’anni anche se ne dimostra di più. Ha cominciato a dire che il caldo di oggi e la strada in salita l’hanno stancata, che abita in una casa tutta rovinata col tetto che ci piove e mi ha detto dove .
– E’ prima del bivio di via del Sacro Cuore
– Ah la conosco – ho detto io – quella con la cerata sulle tegole.
– Si – ha detto lei – quella. – Poi mi ha guardato ed è vero, non ho mai visto degli occhi così; sembrava volesse rubarmi lo stomaco, il polmone e buona parte del cuore; me li sono proprio sentiti strappare. E’ stato così per qualche secondo poi mi ha lasciato stare.
– Abito qui con mio padre e mia madre – ha detto mentre scendeva.
Io mi sentivo come uno a cui avessero rovistato dentro, ma non mi mancava niente, almeno così mi sembrava.

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