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Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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18 aprile

Ora tutte le cose vanno in un certo modo come i gomitoli di lana che alla fine resta un capo tra le mani. Sapevo da tempo come sarebbe andata a finire, da quando la situazione cominciò a precipitare eppure tenevo su tutti e anche me (terribile l’ardore di chi consola gli altri quando pure la fine è nota). Tutto si accavalla ora e i ricordi sono grani di rosario “E’ finita.” mi disse un giorno. “Macché, camperai 100 anni e passa.”
Un gomitolo che si svolge lento col filo di una vita intera; me ne accorgo ora che tutto affiora come alga nello stagno. Non credevo di dover tanto a mio padre, alla sua figura onesta, alla sua vita anonima di lavoratore una vita a fare quello che si doveva fare. Questa cosa del dovere l’ho imparata da lui; non fuggire mai che le cose solo ad affrontarle è già una vittoria. Credo sia stata una fortuna vederlo morire. Insieme, io, lui, la sua faccia, la mia, le sue braccia, le mie; che poi erano uguali, la stessa peluria disordinata.
E’ stato un passaggio di consegne intimo, uno scambio d’intenti, un passaggio d’abito tra lui e me Mi è parso avermi dato i suoi, io li ho provati e mi sono andati bene, comodi.
Non ho pianto in quei momenti piango ora a descriverli. Gli carezzavo il viso, “Guagliò…” gli dicevo mentre osservavo i suoi respiri diradarsi, all’improvviso smise, riprese, poi non respirò più. Non ho provato dolore in quel momento piuttosto smarrimento, come quando si spezza una corda a cui è legato qualcosa d’importante. Ho chiamato i medici, l’ho vegliato prima di chiamare i miei; mentre li aspettavo l’ho accarezzato tanto, poi ho consolato anche loro. Per il funerale ho scelto una chiesa in faccia al sole.
Qui è già estate e l’erba è secca. Ieri oltre i forasacchi che ondeggiavano al vento mi è parso di vederlo che scavava le buche per le viti; ho chiamato “Guagliò, guagliò…” ma nessuno mi ha risposto. Sono pieno di lui.

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Come ho smesso di fumare

Cominciai al secondo anno di liceo periodo in cui si ha fretta di diventare grandi e dei grandi si seguono abitudini e atteggiamenti; mi piaceva la consistenza morbida eppur tenace della sigaretta che spiccava tra le dita come un’ascia o una spada a difendere il mondo e me che lo difendevo. Per un certo periodo ho arrotolato anche il tabacco, ero bravo; uscivano tonde e sottili che le accendevi e pure la fiamma era bella. Fumavo circa un pacchetto al giorno, non che non considerassi in maniera appropriata la monotonia di quel rito e la dipendenza che mi creava solo che la sigaretta tra le dita faceva compagnia, le volute di fumo atmosfera. Ciò nonostante, non essendo mai stato dipendente di niente e di nessuno qualche problema etico lo avevo così provai a smettere. L’intento durava quindici giorni un mese al massimo dopo di che passando davanti al tabaccaio un vortice mi attirava dentro e ricompravo il pacchetto.
Gli anni passavano e mi vedevano con la sigaretta in mano, con la sigaretta in mano finii l’università, feci il militare e cominciai a lavorare. Fumai anche dopo sposato anzi non c’era sigaretta migliore di quella accesa in cucina dopo il caffè. Quando nacque il primo figlio smisi di fumare dentro casa.
Con il passare del tempo si era sopito anche il desiderio di smettere mitigato da una governance dello status quo che dava per assodato il fatto che fumassi; per di più avevo anche tentato di smettere senza riuscirci, cos’altro potevo fare se non continuare?
Di fatti continuai senza più pensarci fino al marzo di 8 anni fa quando mi avvisarono che era morto Damiano. Damiano aveva la barca vicino alla mia e lavorava come carrellista in una fabbrica. Non morì per il fumo ma schiacciato dal carrello elevatore che guidava; lasciava due figli piccoli.
Il giorno dopo smisi di fumare; pensai infatti che morire sul lavoro era comunque una morte onorevole, i figli potevano raccontare alla maestra: “Mio padre faceva l’ operaio ed è morto in fabbrica come il soldato muore sul campo di battaglia.” Fossi morto per il fumo non sarebbe stato altrettanto onorevole e i miei figli non avrebbero potuto raccontare niente di eroico alla maestra. Io stesso nell’al di là mi sarei sentito un fesso.
Non ho più toccato una sigaretta da allora né la desidero. A chi mi chiede come ho smesso racconto questa storia e dico: se vuoi smettere di fumare devi voltare pagina, vestire un abito nuovo, devi in qualche modo rinascere; come il germoglio di quercia che spunta dalla terra dopo un incendio e non sa più chi era prima.

Mio padre

Cammina a fatica, tre passi e si ferma,  me ne accorgo dai toc del bastone sul pavimento mai numerosi.
“Papà come va…”
“ Se deve andare peggio meglio così.” 85 anni a novembre, la giovinezza passata in Venezuela a fare il camionista, tornato in Italia nel 58 sposato nel 60, nel 61 sono nato io. Del periodo in Sud America ricorda il viaggio in nave, la polvere e poco altro; ai nipoti racconta soprattutto della guerra, dei bombardamenti, della fame, degli amici morti.  Da lui ho preso l’onestà; credo non abbia mai litigato con nessuno in vita sua se non con quel tale a cui disse che avrebbe preso il fucile, solo che il fucile aveva le canne scoppiate per cartucce mal caricate. Mi ha insegnato ad andare a caccia si, con lui sparai il primo colpo, fu un‘emozione terribile, affascinante. Rientrato in Italia prese a coltivare il terreno del padre e quello tenta di fare anche oggi trascinandosi tra pomodori, cocomeri e lattuga. Le mani nodose, la pelle di pergamena; passerebbe tra le fiamme di un falò soffrendo senza dire ahi; per non dare fastidio più che altro, perché comunque sono cose sue.
Non ricordo gesti d’intimità nei mie confronti, non ricordo carezze; nemmeno io a dire il vero gliene ho fatte mai; il mio grande smisurato amore nei suoi confronti non l’ho mai esternato mai, nemmeno con un “Ti voglio bene” buttato lì. Non si è mai usato in famiglia no.
“E’ finita.” mi ha detto l’altro giorno quando si è accorto che i gradini che saliva la settimana scorsa non li saliva più oggi.  “Macchè è che non sei più un ragazzino.”
Non ha foto recenti che lo ritraggono così in questa sorta di rito che so dover cominciare a preparare gliene ho scattata qualcuna alla festa di comunione del piccolo. In giacca e cravatta sorride giocondo le spalle alla ringhiera.

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