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Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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Reginella

Se le storie d’amore durassero per sempre la vita sarebbe una favola stile Biancaneve, magari movimentata all’inizio ma per certo destinata alla serenità; se le storie d’amore durassero per sempre i poeti non scriverebbero più nulla e di canzoni d’amore ce ne sarebbero poche poiché senza struggimento, rimpianto o delusione pochi sarebbero i motivi per cantare. La vita sarebbe un lago d’acqua cheta o se volete un paradiso terrestre ai tempi di Adamo e Eva prima della mela.
Invece le storie, specialissimi e ripetuti urti tra due medesime palline, finiscono; alcune in maniera brutale che non ci pare vero che quella davanti a noi sia la stessa persona a cui dedicammo i pensieri migliori e le rose più belle; altre consumate dalla noia, altre ancora sono travolte dagli eventi, ad esempio uno tsunami che tutto travolge e quello che era sopra finisce sotto e quello sotto sopra che nemmeno i cocci trovi più. Va così la vita e nessuno può metterci una pezza. Ciò nonostante ci sono delle storie che seppur finite restano nel limbo del non concluso, una sorta di disco interrottosi in un qualche solco e non più ripartito; sono quelle storie che lasciano dietro sé una dolcezza lieve e triste assieme, una carezza che se potessimo all’altro/a faremmo volentieri, magari solo accennandola con la mano.
Una storia così la racconta “Reginella” celeberrima canzone napoletana scritta da E. Bovio nel 1917; eh si, 100 anni fa gli amori erano come quelli di adesso che credete.
Nel testo si racconta di lui che in una strada di Napoli rivede il suo passato amore. Lei è con le amiche e si atteggia a sciantosa (dal francese chanteuse, cantante, ma qui nell’accezione di donna fatale, ammaliatrice) e parla addirittura in francese; a lui vengono in mente i tempi in cui stavano insieme e mangiavano pane e ciliegie.

Nuje campávamo ‘e vase, e che vase!
Tu cantave e chiagnive pe’ me!
E ‘o cardillo cantava cu tico:
“Reginella ‘o vò’ bene a stu rre!”

Noi vivevamo di baci, e che baci!
Tu cantavi e piangevi per me.
E il cardellino cantava con te:
Reginella vuoi bene al tuo re!

Ma le storie come si diceva poc’anzi non hanno tutte una buona sorte e anche questa per motivi che non sappiamo finisce. Persino il cardellino compagno canoro del loro amore diventa prigioniero nella sua gabbia, è meglio che voli come è volata via la sua padrona.

Oje cardillo, a chi aspiette stasera?
nun ‘o vvide? aggio aperta ‘a cajóla!
Reginella è vulata? e tu vola!
vola e canta…nun chiagnere ccá:
T’hê ‘a truvá na padrona sincera
ch’è cchiù degna ‘e sentirte ‘e cantá…

Ma è una storia questa, lo dicevamo, di quelle a metà strada tra la tristezza e il rimpianto così l’accenno di risentimento di cui sopra si scioglie nella consapevolezza che tracce di quell’amore sono rimaste, conservate dal vento o svelate dagli angoli delle strade, così:
T’aggio vuluto bene a te!
Tu mm’hê vuluto bene a me!
Mo nun ce amammo cchiù,
ma ê vvote tu,
distrattamente,
pienze a me!…

Ho scelto la versione live di Massimo Ranieri perché lieve, delicata e sfrondata da qualsiasi orpello; esecuzione ispirata peraltro. Guardatelo mentre canta, sembra un uccellino che vuole volare tra le braccia del pubblico. E il pubblico lo prende in braccio.

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L’amore spiegato a mio figlio

– Papà come ci si innamora?
La domanda mi sorprende perché è la stessa che feci a mio padre anni fa e lui rispose “Non si sa, capita” cosa che mi lasciò deluso. Che vuol dire capita, può essere pensai che non ci sia una spiegazione logica all’innamoramento? Decido di voler essere più esaustivo e rispondo:
– Ci si innamora quando si incontra una persona e la pensiamo, la pensiamo, la pensiamo e non ci stanchiamo mai.
– Io penso sempre a Greta, sono innamorato?
– Evviva si!
– Ma non glielo ho detto ancora, come si fa?

La prima volta che dovetti dichiararmi cincischiai a tal punto che lei mi disse: “ Non dirmi che sei innamorato di me?”
“Si.”
Si chiamava Marcella e un giorno mentre l’aspettavo sotto casa apparve dietro la tenda con solo gli slip addosso che si stava preparando.

– Gli dici semplicemente: “Greta ti vuoi fidanzare con me?” Se anche tu gli piaci dirà di si.

Qual’è la cosa più bella da dire a una donna, vabbè quella che ti esce dal cuore, e poi “Ti amo” “Sei unica”?
Mah, mi paiono modi di dire in qualche modo egoisti che fanno leva sul bisogno di conferme di ciascuno di noi. Dire ti amo è in fondo una manifestazione del proprio sé; io ti amo perché esisto; così come “Sei unica” è un tentativo di comparazione; posso dire che lo sei solo dopo averti comparato alle altre. Invece che bello dirle “Sei grande”; è un complimento che totalizza, sei grande sempre, che tu stia con me o no.

– Si e cammineremo mano nella mano come i fidanzati grandi. E con i miei amichetti non uscirò più?
– Ma certo che ci uscirai, non starle troppo appiccicato eh… che poi si stanca e ti stanchi pure tu.
– No, non mi stanco io.

Gira con la bicicletta attorno all’aiuola e a me viene in mente una canzone vecchissima che faceva:
“e mi dicevi ti voglio bene
te ne voglio ma non conviene innamorarsi
e perdere la libertà.”

L’amore fa perdere la libertà? Beh si, l’amore vincola, crea un flusso, lo incanala; lava che risale il canale magmatico bella, incandescente e rossa; un fiume su cui potresti navigare.
Messa così la cosa l’amore non è uno spazio libero è piuttosto un percorso, un fiume che discendi con il panorama attorno sempre diverso fino al mare. Nè il mare è la fine dell’amore piuttosto il suo compimento, la sua realizzazione placida; il nuotarci, il fenderlo è un rapporto amoroso bello e buono e anche l’immergersi lo è. Non è libero l’amore no, se lo fosse sarebbe pura animalità.

Gli sistemo la sella e gli allento il freno, ora corre più spedito.

– La porterò in bicicletta, chissà se sa fare le salite. Secondo me l’ha detto alla mamma, ieri mi hanno sorriso tutte e due.
– Evvai! Quando le mamme sono d’accordo è fatta! Festeggiamo con un gelato?
– Si, al limone!
– Papà, perché due si debbono lasciare? Io voglio stare sempre con lei.
– Ma cosa dici, certo che starete sempre insieme.

Le storie d’amore cominciano e si consumano; lo stesso mare di prima ci travolge e ci fa dispersi. Ricordi il primo incontro? Io si, ricordo le parole, la faccia che facesti.
Quanti ne hai conosciuti dopo di me e quante ne ho conosciute io? Dove sono adesso, cosa sono diventati? Lanterne, lanterne che si muovono nel vento.

– Buongiorno! Un cono al cioccolato per me, uno al limone per il ragazzo, festeggiamo un fidanzamento.
– Papà!

Una foto alla pozzanghera

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Il fatto che stessi fotografando verso il basso aveva fatto avvicinare una signora; probabilmente pensava stessi inquadrando una buca sull’asfalto invece fotografavo una pozzanghera in cui si riflettevano i terrazzi e le antenne tv.
Fotografie. Che senso hanno, quale molla mi spinge, la borsa in una mano il telefonino nell’altra, a cercare la migliore inquadratura e scattare?
Certo non il fermare il tempo (ben misero stratagemma sarebbe) né per ripescare tra un decennio i vecchi scatti stile amarcord; i miei non li riguardo quasi mai come quasi mai rileggo le cose che scrivo (avete mai visto un uccello migratore guardarsi indietro mentre vola dall’Africa alla Francia?). Non so quindi da dove viene questa passione non ne conosco il senso, so che ci sono soggetti banalissimi che passano davanti inosservati altri altrettanto banali su cui il mio sguardo si posa restandone attratto. Forse c’entra in qualche modo il concetto di costruzione; mi attraggono le prospettive che richiedono in qualche modo una costruzione, una preparazione; che chiedono di essere scoperte, denudate, rese palesi; come questa pozzanghera con i terrazzi, le antenne e una carta di caramella che galleggia. Il contorno tenue, le tonalità morbide, mi pareva un edificio in prossimità del paradiso, per questo l’ho fotografato.
Sto imparando ad apprezzare i temi legati all’interazione tra uomo e ambiente, ad esempio le città, gli arredi urbani, i porti, le coltivazioni. Non credo infatti che le cose vadano fotografate per il fatto che esistono; un panorama, un tramonto o un canneto non hanno senso se in qualche modo non li rendiamo nostri, se non diamo loro un valore aggiunto; così delle volte basta girarci intorno, squadrarne il lato buono (quello che noi pensiamo sia il loro lato buono) e fotografare da lì. C’è una sola posizione per cui la foto che stiamo scattando sarà una buona foto, non ce ne saranno altre.
Lo scatto dunque come costruzione, come elaborazione di un qualcosa che prima non c’era vista da lì; qualcosa affiorata solo dopo una comunicazione tra osservatore e soggetto. Costruzione, elaborazione, comunicazione, termini che indicano movimento; la differenza tra una foto e una buona foto è tutta lì, in quel dialogo singolarissimo e pieno di corrispondenze che si intrattiene con l’immagine prima dello scatto.
– Facevo una foto alle case riflesse nella pozzanghera, signora.
– Ah…

La stanza degli amanti

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Mi avevano interpellato per certi problemi che a loro dire presentava l’impianto di acqua sanitaria. Era un albergo di quelli che definiremmo senza pretese, ma decoroso e pulito; tre piani, una cinquantina di camere e quattro torrioni merlati stile medioevale a cingerne gli spigoli.
Giù alla reception parlai con il direttore, alla fine convenni che fosse il caso di prelevare dei campioni così salimmo; scegliemmo la stanza 111 e la 211 poi arrivammo al terzo piano per l’ultimo campionamento. Qui alla fine del corridoio notai una camera che ritenni la più distale rispetto ai serbatoi dell’acqua per cui proposi:
– L’ultima analisi la facciamo lì.
– Ah nella stanza degli amanti…
Mi disse che era una camera riservata per abitudine alle coppie di passaggio.
– In genere sono coppie clandestine in cerca di intimità, amanti con poche ore a disposizione, un rapporto, una sigaretta, il tempo di una doccia e via; in estate abbiamo problemi ad averla libera ma in inverno questa è la loro camera.
Era uguale alle altre se non per il tono più sbiadito del copriletto e la minore ariosità; i comodini erano ben puliti, così l’armadio e gli altri arredi; una poltrona costeggiava il letto.
Aprii il rubinetto del lavabo poi quello della doccia e feci scorrere l’acqua; il direttore si mise da un lato forse pensava che mi sentissi a disagio, ma non lo ero. Quella stanza era piena di vita; sentivo i sospiri, le risate, vedevo le lacrime scendere, i corpi sovrapposti, le spalle nude, la pelle cosparsa di baci, la carne, gli abbracci disperati, le grida liberatorie, le bocche a cercare aria, le mani intrecciate, le smorfie, il senso del peccato, gli occhi proiettati verso chissà quale spiraglio di cielo.
E le voci, mi sembrava di sentire anche quelle…
– Basta ti prego basta…
– Non andare, non ancora, guarda dal balcone si vede il mare…
Dal balconcino semiaperto si intravedeva uno spicchio di mare e ora che era mezzogiorno entrava una buona luce. Flambai il rubinetto, prelevai i campioni e uscii.

E’ il quarto o quinto post che porta nel titolo la parola “passione”

E’ il quarto o quinto post che porta nel titolo la parola “passione” a volte accompagnato da una canzone; ciò mi dipinge come un amante focoso, un innamorato tradito o un innamorato e basta. Non che qualcuno di questi tratti non mi appartenga ma nella parola passione io ci leggo qualcosa di più; chiamo passione ciò che mette in moto cuore e cervello assieme di modo che se quest’ultimo è il motore il primo ne rappresenta la benzina, la scintilla che provoca lo scoppio. Così passione diventa tutto ciò che si muove, mi dà un piacere “accorato” o mi fa paura.
La paura sotto l’egida della passione non è una paura normale è piuttosto un arco con una freccia incoccata pronta a fenderla; la passione mi dà la forza di cento braccia e tutto mi pare in discesa anche le salite più erte. E poi mette le ali ai piedi. Con la spinta della passione percorrerei chilometri senza fatica e anche i pesi mi parrebbero piume.
Un giorno di non molti anni fa mi “invaghii” del tracciato di una ferrovia abbandonata: otto chilometri di binari con tratti in galleria. Divenne una febbre; dovevo percorrerli a piedi, dovevo in qualche modo “possedere” quella linea ferrata; i giorni che passavano furono una messa a punto di quell’azione a cui il mio cervello ma anche il mio cuore si preparava. Così lo feci e fu un’esperienza memorabile. Ricordo la massicciata, le rotaie arrugginite, le erbacce e poi l’entrata in galleria, quella nella foto in alto.
L’entrata in galleria fu un doppiare il Capo di Buona Speranza; la passione mi fece superare la paura e mi addentrai nel buio. Ogni passo era un’avanzata, e il solo punto di riferimento erano i binari che tastavo con le scarpe; sapevo che sarei uscito che nessuna galleria dura in eterno e quando uscii, raggiante non ero più lo stesso. Perché la passione ci cambia.
La passione ci cambia, ci mette alla prova e non occorre essere eroi per superarla; perché la passione può essere anche un libro letto, un’arrampicata, un sogno, uno sguardo lanciato attorno; è un mare che profuma di alghe e tu non sai più se sei sopra o sott’acqua.
Ecco allora che le canzoni diventano vene aurifere, terreni da seminare, lande da percorrere; la canzone napoletana, lama affilata a raschiare cortecce in cerca del midollo, lo è più di altre. “O fridd n’cuoll” lo chiamano qui; è quella sorta di brivido che non ti viene per il freddo ma per qualcosa di impenetrabile e oscuro che ti appassiona.
Ecco, la passione alla fine è questo: un lanciare lo sguardo verso un orrido oscuro e meraviglioso assieme; affacciarvisi, cibarsi di quell’oscurità, farla propria, descriverla.
Trovare le parole per raccontare questo limite tra dicibile e indicibile; questo vorrei fare.

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