ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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Una grandinata

Alle sette e mezzo ero nel parco dell’albergo, l’ho vista cadere da lì; inaspettata perché nessuna previsione meteo l’aveva annunciata e perché a mezzo giugno qui tutto si aspetta fuorché una grandine come questa. Era una grandine straordinaria con i chicchi grossi e frastagliati che quando toccavano l’erba gentile del prato la lo disfacevano; quelli che invece impattavano sul pavé rimbalzavano con un’ energia che a me pareva ai limiti della spavalderia.
Non c’erano speranze per la mia vigna no, nulla che io potessi fare, solo speravo durasse poco per limitare i danni; durò invece venti minuti al termine dei quali già sapevo cosa avrei visto il pomeriggio quando sarei salito su. Questo senso di impotenza se da un lato mi tormentava dall’altro dava corpo a quel certo mio fatalismo secondo cui se hai fatto tutto per salvare una cosa non c’è altro che tu possa fare per essa; ma questo era un pensare utile a rasserenarmi perché in realtà se fossi stato lì avrei percorso i filari come un forsennato per riparare con le braccia ora una vite ora un’altra.
Il pomeriggio vidi la vigna letteralmente esplosa; le foglie maciullate, i tralci feriti, i giovani grappoli devastati; gli acini colpiti dalla grandine già marcivano assumendo un colore rossastro che non avevo mai visto. Uno spettacolo per chi giorno dopo giorno ne ammirava la floridezza e il rigoglio, spettrale.

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Non tutto si può salvare no, per quanti sforzi facciamo non governiamo nulla di quello che ci pare bellamente di governare, né il presente, né noi stessi, né i nostri affetti.
Però se c’è una cosa di cui vado fiero (non ce ne sono tante altre) è la voglia di rianimare ciò che che un anelito di vita ancora ce l’ha; d’altra parte non ha altro senso la vita se non si resiste, se non si costruisce sulle macerie. Così ho preso l’impegno di salvare quello che ancora respirava, cioè gli acini non colpiti dalla grandine ma a rischio marcescenza per il contatto con quelli colpiti. Verderame ogni tre giorni per disinfettare i tralci feriti, le foglie e la parte ancora sana dei grappoli. Irroravo la mattina presto o la sera dopo il lavoro, inoltre per facilitare la circolazione d’aria ho falciato l’erba che circondava le viti; “ …forse la vita non è stata tutta persa, forse qualcosa si è salvato” cantava quel tale.
Questo a un mese dall’ evento è l’aspetto dei grappoli.

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Gli acini colpiti dalla grandine si sono seccati, quelli rimasti stanno assumendo il colore dorato dell’invaiatura. Guardateli, non sono belli?

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Piove in città

Piove in città ed è una rivoluzione. La polvere colta di sorpresa per un attimo si solleva prima di venir travolta, la sabbia che in questi mesi di secca ha riempito le crepe, cede, si scrosta, scompare tra i flutti dei primi rigagnoli.
Ploc fanno le gocce; rimbalzano sulle carcasse delle auto, sui fiori dei davanzali, sulle nostre mani calde. Mobilizza le certezze la pioggia di settembre, spodesta l’illusorio crogiolarsi dell’estate, mette fine alla sua monotonia asfissiante, all’urlo ossessivo delle cicale.
Le prime gocce d’acqua; è iniziata così la vita sulla terra, in una piccola pozza con dentro un batterio, e allo stessa maniera ricomincia oggi ad annunciare un autunno che tutto è fuorché stagione morta. E’ piuttosto un preparar di letti, un mettere le lenzuola più belle, che siano ospitali mi raccomando ché la vita comincia adesso, cosa credete, in autunno.
Le nuvole gonfie aggirano i palazzi, scompaiono dietro i terrazzi e ricompaiono sui fili del bucato con forme nuove: ora di carro, ora di fiore aperto, ora di cuscino coi merletti.
“Papà quanto ci mette una goccia ad arrivare a terra?” Moto rettilineo uniformemente accelerato; ripesco formule, mi avventuro in improbabili calcoli:
“Se cade da 2000 metri ci mette 30 secondi”.
“Velocissime!”
Li guardo e sono già con il viso verso l’alto a prendere la pioggia in faccia.
L’acqua dai tetti raggiunge le grondaie, si incanala nei discendenti, straripa sui marciapiedi, inonda le scarpe delle signore. Si cerca riparo sotto i portici, nei negozi, negli androni delle case; da lì, in quella requie ritrovata, guardano il rovescio d’acqua che si abbatte sulla città e c’è chi maledice la pioggia, chi la ama, chi vi abbandona i pensieri, chi semplicemente l’ascolta; una parentesi esistenziale che nessuno si aspettava mezz’ora fa.
I bambini invece sono felici e basta, fanno barche di carta e le lanciano nella fiumana d’acqua che li circonda; alcune affondano subito, altre fanno qualche metro, altre ancora arrivano lontanissimo, poi scompaiono e non le vedi più.

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