ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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La mia barca vola

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La mia barca vola; si è alzata di prua, una spinta di poppa, ha preso l’aria e in mare non è tornata più.  Una barca che vola non si è mai vista e poi non si pesca, col salvagente non sai che farci e non hai moli per ormeggiarti. Già, e ora dove attracco? Facile: a un albero, al palo della luce, al traliccio dell’Enel o direttamente al K2. Ho la bussola, direzione Sud Est dove tira il vento caldo; le rondini; nemmeno una barca che incontra le rondini si è mai vista. “Vi do un passaggio salite.”  ma si scansano che nemmeno loro una barca che vola l’hanno mai vista.

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Qualcosa sui fichi d’India

Ho sempre amato questa pianta. Per la sua stranezza, la resistenza e per il suo non dover dar conto a nessuno. Non chiede acqua, né cure, non profuma, nemmeno si può dire che è bella o ospitale ma io l’ho amata come amo tutto quello che si mostra in disparte, che non si fa notare.
Non so dove abitate ma non crescerà se siete al freddo, vuole il caldo, l’arsura, il sudore di chi la guarda.009

 

Da bambino mi infilavo tra le sue pale cercando di attraversarle senza ferirmi, era un labirinto terribile di meandri e di spine che ne ero convinto, mi avrebbero imprigionato e non ne sarei più uscito.024

 

Che poi ti arrampichi verso l’alto a vedere dove arriva e cosa c’è sopra, cosa oltre; lo fai mettendo le mani nei radi punti in cui non vi sono spine; è una recherche, ogni centimetro una conquista. Oggi sono arrivato fin qui, oltre non ho potuto e da lì si vedeva questo.010

 

Già le spine. Quelle sui frutti sono fragili, ti entrano nella pelle con poco danno ma quelle sulle pale no, sono spade e quanto entrano provi un dolore freddo di baionetta. Ah ma i frutti sono belli, quelli da cogliere sfumano dal verde al giallo arancio; io uso della carta da pane a mo’ di guanto (le spine ci scivolano sopra) con cui preso il fico d’India lo faccio ruotare; si stacca delicato, come forse avrebbe voluto.007

 

Il fico d’India si mangia fresco di temperatura, io qui lo mangio di mattina presto quando lo stomaco è vuoto e la sua bontà l’assapori tutta. Ha una polpa ruvida e tenace, è dolce, appagante; vi sembrerà di mangiare il migliore dei gelati. Per togliere la buccia tagliate le estremità, incidetela trasversalmente e divaricatela.
Guardate, da quando non vedevate qualcosa di così bello?041

 

Un falò

Dopo la potatura il fogliame di risulta va bruciato, almeno così si usa qui che la trincia pochi ce l’hanno. Sono stato il giorno intero con forbici e segaccio a scendere da un albero e salire su un altro per dare aria alla chioma, sfoltirne il centro, preparare l’albero alla nuova stagione.
Completato un albero scendo, lo rimiro da ogni lato a controllare il lavoro. Ah mi piace guardare le cose fatte, godermele con gli occhi; è un modo per riconoscere loro dignità.
E’ il tramonto, faccio in tempo a bruciare quello che ho tagliato. Raduno il fogliame in grandi mucchi e do fuoco; le fiamme interrompono la monotonia del paesaggio, saettano fluide verso l’alto e ognuna mi pare una storia, un racconto che non conoscevo; d’amore, di viaggi, d’avventure. Le faville sono spiritelli, saltimbanchi, suonatori di clarino; un mondo fatato. Laggiù il mare è già una tavola nera.

Dodici racconti

Dodici racconti brevi; dodici storie per grandi, ragazzi e alcune per i più piccoli.

Il leprotto
La prima volta gli era solo sembrato di vederlo, una macchia grigio scura apparsa dietro l’acacia e poi scomparsa; la seconda volta era in mezzo al prato, mangiava a pochi metri; Guglielmo lo guardava e il leprotto, trifoglio in bocca, guardava lui. L’uomo pensò che se avesse avuto il fucile un colpo glielo avrebbe tirato eccome. La terza volta era dietro un tronco, Guglielmo vide l’occhio brillante che lo fissava.
Tornato a casa lo disse al figlio: – Leandro in campagna c’è un leprotto, vuoi vederlo?
-Siiii!!!
Il piccolo restò a bocca aperta; non aveva mai visto una lepre, assomigliava si a un coniglio ma più agile e grosso e poi correva e lui non aveva mai visto un coniglio correre.
Tornarono il giorno dopo e poi l’altro ancora, la lepre era lì; probabilmente aveva trovato in quel fondo recintato un territorio sufficientemente sicuro. Il bambino si accostava, la lepre lasciava fare poi correva via ma pure pareva divertirsi, come succede quando di una cosa non sai se fidarti o no ma qualcosa ti dice che forse tanto male non potrebbe farti e allora ti fidi.
Ora con il freddo le visite in campagna si erano diradate; un giorno a scuola la maestra diede agli alunni il seguente compito per l’indomani: “Costruite qualcosa che credete utile”.
Il giorno dopo chi venne con un cucchiaio di legno, chi con un’elica di latta, Leandro entrò con in mano un sacchetto voluminoso ma leggero: – Trucioli per il mio leprotto! disse alla maestra.
Scelse con il padre la base di un tronco riparato e li sparse a formare un giaciglio.
I giorni passarono senza che il leprotto desse segno alcuno di sé; Tommaso disperava che fosse morto o fuggito altrove poi un pomeriggio lo vide dietro il tronco accoccolato sui trucioli; gli occhi brillanti lo guardava.

La manta gigante
Dall’alto della falesia qualcuno aveva visto Tommaso trainare un corpo voluminoso che avanzando alzava schiuma, pareva un sommergibile che naviga in superficie.
Quando il gozzo attraccò ad aspettarlo c’erano grandi e bambini, quel giorno era domenica, e tutti si raccolsero attorno alla barca. Legata a poppa c’era una manta gigante; era rivoltata sulla schiena come per abbronzarsi al sole. I bambini la toccarono per vedere se era viva ma la manta non si muoveva allora chiesero a Tommaso cosa fosse successo.
Lui disse che non aveva mai visto un pesce così grosso e che secondo lui era arrivata dai tropici che non erano queste le acque sue. Disse che tirando la rete la sentì dura e pesante come se fosse piena di tutte le spigole del mare, invece era la manta gigante che ci era finita dentro; aveva provato a liberarsi ma era morta di stanchezza.
Uno dei bambini disse che non capiva come si potesse morire di stanchezza, tutt’al più poteva venirle sonno, ma Tommaso disse che era morta di stanchezza perché aveva lottato per difendere il figlio.
– Quale figlio…? – gli chiesero. Tommaso salì in coperta e tirò fuori il piccolo di manta; disse che la madre lo aveva protetto col suo corpo fino a che aveva avuto le forze.
Per portarla a terra non bastarono quattro uomini tanto che era pesante, si dovette chiamare un camioncino con un argano che la tirò su e quando fu in alto ai bambini sembrò che oscurasse il sole e questo parve anche ai grandi. Sulla barca restò il piccolo di manta; un bambino provò a toccarlo per vedere se si muoveva ma nemmeno lui si muoveva più.

Breve storia di “Scintilla” e della sua sorte inopinata.
La madre raccontava che già nella sua pancia Scintilla non era come gli altri; si dimenava come se quel buio non gli si confacesse. Forse anche per questo, nacque settimino.
Cresceva gracilino, la madre per farlo mangiare accendeva il braciere; Scintilla gli occhi che gli brillavano guardava le faville e mangiava. Si capì giò allora cosa lo appassionasse di più: il fuoco.
Giocò e si accapigliò come tutti i bambini, fu il primo tra loro ad accendere un falò; a scuola nessun maestro lo inserì tra i più diligenti e in verità non ce n’era motivo.
Scintilla imparò a leggere a scrivere e a far di conto, poi lasciò i banchi per imparare un mestiere. Fu preso a bottega da un elettricista, imparò in fretta quello che c’era da imparare e nei momenti liberi sperimentava la sua nuova passione: i corto circuiti. Li provocava ad arte per poi ammirarne la fiammata.
La cosa prese piede, si divertiva a procurarne di nuovi e portentosi; non di rado lo faceva anche con gli impianti che andava a riparare. Fiammata controllata, s’intende.
L’andatura dinoccolata sembrava di esser sempre lì per caso; un cercafase in una tasca, l’accendino nell’altra e un sorriso sardonico. Lavorava con la sigaretta stretta tra i denti e l’accendino lo usava per illuminare da vicino i quadri elettrici.
Quelli che lo vedevano lavorare si facevano il segno della croce e nessuno voleva stare nei pressi, ma non ci fu mai nessun problema.
Un giorno che era domenica non si trovava un elettricista per riparare il quadro elettrico del generatore di vapore della fabbrica di mattoni; lo chiamarono in emergenza. Arrivò col solito sorriso sardonico, restò un attimo a guardare quel mostro d’acciaio, poi si mise al lavoro; lo videro fare luce con l’accendino. Gli occhi gli brillavano come un braciere mentre prendeva due fili con le mani e li metteva in contatto.
L’esplosione colse tutti di sorpresa; si udì dalle campagne. Quelli che alzarono la testa videro Scintilla volare verso l’alto con tutta la fabbrica di mattoni; pareva avesse un sorriso di vittoria.
Lo salutarono anche le campane che chiamavano a raccolta i fedeli per la messa.

Mario in pasticceria
Mario si sveglia alle cinque perchè lavora in pasticceria. Il titolare gli lascia le chiavi, lui apre il laboratorio e comincia la giornata. Prepara le basi per il semifreddo, tira fuori gli stampi, da un occhio ai canditi, accende il forno, con uno sbadiglio lavora la ricotta e lo zucchero per la sfogliatella; tutto questo da quindici anni.
Non ha una ragazza Mario, non l’ha mai avuta. L’ha cercata quello si, aiutato anche dagli amici ma quando sembrava fatta, qualcosa andava storto e doveva cominciare daccapo. Così il tempo è passato, gli altri si sono sposati e hanno una famiglia, lui è rimasto da solo.
Adesso si è rassegnato e dice di pèensare solo al suo lavoro. Quando gli chiedo: – Com’ è la donna che vuoi, Mario? – lui si schernisce e sorride sotto i baffi.
– E’ tardi ormai, chi mi vuole più. – dice mentre riempie un cannolo con la crema.
Ma io lo so qual è il suo tipo, perché la disegna sulle torte. Quando gli chiedono Cenerentola o Biancaneve, Mario ci fa il viso della donna che vuole lui; nessuno saprà mai che mentre brinda, sta mangiando la donna di Mario.
Io lo so, l’ho vista. E’ bella.

Il fuggiasco
Dalla collina Gino vedeva il paese sotto di lui; era un piccolo villaggio immerso nel verde. Non dormiva né mangiava da due giorni e aveva bisogno di una sosta.
Scese guardingo, facendosi strada tra la vegetazione, si fermava ad ascoltare ogni rumore. Giunto alle prime case si fermò dietro un albero e scelse con lo sguardo un podere che gli pareva sicuro; usciva fumo dal camino e tre mucche pascolavano nel prato. Gli sembrò il posto giusto per fermarsi e chiedere da mangiare.
Si avvicinò e bussò alla porta; aveva la mano alla pistola, non sapeva se ad aprire fosse un amico o un nemico e doveva tenersi pronto. Si affacciò un omone che lo guardò poi gli disse:
– Con me non serve la pistola, entra.
Mentre mangiavano gli chiese della divisa, e come mai non l’avesse addosso.
Gino gli disse che non poteva rispondere e che doveva andar via subito.
L’uomo gli raccontò della sua guerra, dove l’aveva combattuta e della donna che aveva sposato al ritorno.
Gino gli chiese se c’era una strada sicura per evitare le pattuglie, l’uomo gli indicò un sentiero che l’avrebbe portato dietro le linee. Si salutarono che era giorno pieno.
Gino mentre saliva pensava a quell’uomo e alla sua donna; poi pensò a sua moglie e al figlio che stava per nascere e a quello che avrebbe fatto con lui; mancava poco ormai. – Chissà – pensò – forse è già nato. Questo lo fece sorridere.
Il sentiero era impervio; la luce del giorno dal fitto del fogliame filtrava a stento.
Lo sparo lo rovesciò all’indietro; rotolò lungo la scarpata e si fermò contro un pino.
Cercò con gli occhi uno spazio di cielo azzurro, lo trovò ed era tutto per lui.

L’amore prima della guerra.
Raccontano che il giorno prima che partisse li videro salire verso la grotta delle marmotte.
In seguito nei giorni in cui lo aspettava lei ci ritornò spesso; era sicura che da lassù sarebbe stata la prima a vederlo tornare, gli sarebbe corso incontro e l’avrebbe abbracciato.
Ma lui non tornò più e i vecchi raccontano che non tornò nemmeno il suo corpo, sepolto in un nevaio.
Salii lungo la pietraia alla ricerca del sentiero, alla fine lo trovai. Si inerpicava tra i ginepri, scompariva in una macchia e terminava sotto un grande oleandro. Lì, nascosta dai rami c’era l’apertura della grotta. Entrai.
Si udiva il ticchettio delle gocce d’acqua che cadevano dalla volta. Sulla roccia dei segni; era un cuore trafitto con due iniziali illegibili e una data, 1915; sotto una scritta. “L’amore mio sei tu.”
Nessuno muore mai, pensai.

Le galline del lungofiume
Tonio lavorava fuori paese e per andarci usava la bicicletta. Costeggiava la statale, deviava lungo una strada di campagna parallela al canale e proseguiva sotto i tigli.
Un giorno durante il tragitto vide qualcosa che si muoveva poco lontano; erano tre galline di un bel color rosso fulvo e un gallo bianco, maestoso. Scorazzavano lungo l’argine del fiume; beccavano i giovani lombrichi venuti su con le ultime piogge della primavera appena cominciata.
“Chissà se hanno un padrone”, disse tra sé e già il pensiero correva alla sua famiglia seduta a tavola intenta a gustare polli ruspanti così diversi da quelli della macelleria.
Si sa com’è, quando vengono di questi pensieri basta un pretesto e diventano intendimenti; il pretesto lo fornì la moglie quando gli comunicò l’arrivo di lontani parenti argentini.
L’alba della domenica successiva pioveva ma se qualcuno avesse avuto l’ardire di mettere il naso fuori avrebbe visto un uomo arrancare in bicicletta, attraversare il ponte e sistemarsi sull’argine del fiume, avanzare circospetto con un sacco di iuta in mano e poi scattare.
Avrebbe poi sentito frusci di ali, schiamazzi, coccodè!, chicchirìchi! e urla tante e tanti ahi!. Avrebbe poi visto un uomo accapigliarsi con un gallo, le beccate; perdere l’equilibrio e cadere in acqua. Lo avrebbe poi visto guadagnare la riva, gemere per le ferite, risalire sulla bici ed allontanarsi di corsa, lasciando dietro di sé un rivolo d’acqua e di fanghiglia.
Il pranzo con i parenti argentini andò bene, mangiarono pollo di macelleria cotto bene d’altra parte; ma gli ospiti non mancarono di decantare le virtù di quello delle pampas che viveva allo stato brado. Nessuno si soffermò sui graffi di Tonio.
Quando nei giorni seguenti si trovò a ripassare dal fiume a Tonio non osò avvicinarsi troppo, ché già il gallo lo guardava minaccioso.

L’uomo a molla
Cesare era andato in pensione con la qualifica di tornitore capo; il giorno del saluto era stato così triste che gli vennero lacrime vere ed è così che uscì nella foto ricordo, col fazzoletto in mano e il sorriso di gesso. Dopo la fabbrica tornò a vivere in campagna; passava il tempo facendo la cosa che più gli piaceva: costruire macchine speciali. Aveva già costruito un marchingegno che raccoglieva le banane dall’albero e un’altro che taglava a fettine, tutte uguali, le noci di cocco.
Aveva tempo a disposizione che i figli si erano sposati e vivevano dall’altra parte della città. La moglie Arcadia era orgogliosa delle sue costruzioni, anche di quello strano aggeggio che per quanto lo guardasse non riusciva a decifrarne l’utilizzo. Cesare ci lavorava poco per volta e lo copriva sempre con un telo.
Un giorno ad Arcadia mancarono le forze e cadde. Cesare la portò all’ospedale dove fecero tutto quello che era possibile fare; ma non vi fu molto da fare.Per i funerali vennero i quattro figli; piansero tutti e cinque sulla bara della donna, il giorno dopo i ragazzi andarono via.
Cesare rimase da solo con il ricordo di Arcadia che gli faceva compagnia; poca roba alla fine.
Una mattina entrò nel deposito e tolse il telo dal marchingegno, con la piegatrice curvò a spirale un tondino d’acciaio a sagomarne una molla che poi saldò sulla struttura portante che piantò nel terreno regolandone l’inclinazione; caricò la molla pressandola con la benna del trattore poi la bloccò con un fermo. Coprì tutto con il telo.
Il mattino seguente fece un’abbondante colazione, salì sul marchingegno e chiamò il cane che con un balzo lo raggiunse. Sedette e lo accoccolò in grembo.
– Sei pronto Pepè?” – disse al cane. Poi tirò la leva di sgancio e schizzò verso l’alto come un fuoco d’artificio.
Nessuno ne seppe più nulla, e nemmeno del suo cane. Il giorno dopo un tale vide cadere qualcosa dall’alto; era il collare di Pepè.

Quirino
– Cameriere! – il ragazzo vide la mano alzarsi dal fondo della sala.
– Arrivo ! – disse sgusciando tra le sedie.
La coppia era seduta a un tavolo tranquillo, vicino la finestra, Quirino porse loro il menù.
Lei aveva una camicetta azzurra e una collanina con un brillante che le cadeva sul petto. Quando ritornò per prendere la comanda Quirino notò che la pietra ora poggiva sul petto nudo, la signora aveva slacciato un bottone. Lei sembrò accorgersi della cosa perché provvide subito a ricomporsi.
Ordinarono due antipasti di mare e due primi di pesce; Quirino tornò per il vino e vide che il bottone era slacciato di nuovo, intravedeva un neo sul seno sinistro; lei guardava fuori e questa volta non si ricompose.
A Quirino gli salì un rossore nuovo e inaspettato, non aveva ancora visto un seno così da vicino, in questo modo poi…; gli sembrava il pan di Spagna della torta del suo compleanno, solo più morbido. Quirino aveva altri tavoli da servire e si allontanò. Quando tornò per il dessert vide anche l’orlo candido di un bianco reggiseno; avrebbe voluto tuffarsi dentro.
Ritornò in cucina che il cuoco gli strillava:
– Pronti gli stinchi con patate per il 26…!
Ma Quirino non sapeva più dov’era il 2 nè dov’era il 6.

Il giocatore di bocce
Oggi mi hanno detto che Otello non sta bene, Otello, il giocatore di bocce.
L’ho conosciuto che ero ragazzo, lui già con il bastone per una ferita di guerra mai sanata, quando capitai nel campo dove giocava. Lì lo vidi soppesare la boccia tra le mani, tirarla con una mossa a inchino, vidi la boccia fermarsi vicinissima al pallino. Oppure lanciarla con il braccio proteso come si lancia un fiore alla fidanzata; la boccia volava e scacciava quella avversaria con uno schiocco. Fu il gesto che mi appassionò. Lui se ne accorse e mi prese in simpatia. Seduto sulla sponda del campo con il mento sul bastone, mi guardava giocare e quando sbagliavo scuoteva il capo. Gli andai dietro per un po’ e molto imparai ma poi gli anni mi portarono altrove, a correre dietro ad altro che non a un pallino.
Spesso passo da lui, lo saluto e giochiamo; tira ancora con l’inchino.
– Otello, bocci ancora come si deve…
– Sono gli ultimi tiri…- risponde e sembra non guardare che ancora una volta la sua boccia ha fatto il punto.

Un giorno nuovo
Li vide spuntare dal vicolo e sapeva già che venivano per lui; rimase appoggiato alla vetrina del fornaio e continuò a fumare.
Si avvicinarono e gli chiesero le generalità, gliele diede poi gli dissero di seguirlo. Lino scomparve con loro in una macchina grigia. Durante il tragitto pensò che tutte le cose hanno una fine, faceva parte della natura umana; poi non pensò più niente.
Arrivarono in un edificio, salirono al secondo piano, entrarono in una stanza; due persone gli dissero di accomodarsi.
Lino confermò le generalità; il primo dei due, quello alto, gli chiese se era vero che aveva fornito informazioni alla milizia, Lino rispose che non era vero; l’altro, quello basso, disse che per colpa sua tanti stavano rischiando la vita. Lino rispose che non era colpa sua, che è la guerra che disfa le vite non lui.
Quello alto gli chiese se si era pentito di quello che aveva fatto, Lino rispose di si, che si era pentito, che era stato un errore, e che non l’avrebbe più fatto. Quello basso gli disse che poteva bastare perchè era stato un errore e che lo avrebbero lasciato andare, però doveva andare subito via dal paese.
Uscirono e vide che erano solo in due ad accompagnarlo, un ufficiale ed un soldato.
“Buon segno” pensò. Lo avrebbero condotto fino al valico e da lì avrebbe proseguito da solo.
Arrivati ai piedi della collina continuarono a piedi, il soldato camminava dietro. L’ufficiale disse che avrebbe voluto la guerra già finita perchè a casa aveva moglie e figli, poi gli chiese se avesse famiglia. Lino rispose che aveva due bambini e una moglie che si chiamava Flora e che avrebbe voluto vederli presto.
– Li vedrai – fece l’ufficiale. Ora il sentiero si faceva meno ripido, Lino pensò che le cose stavano mettendosi nel modo migliore.
– Se non fosse per la guerra gli uomini non sarebbero cattivi. – pensò; domani avrebbe cominciato una nuova vita, sarebbe stato un giorno nuovo. Poi sentì lo scatto dell’otturatore.

Nina
Il relitto era trainato da un peschereccio; ne emergeva la prua il resto era sommerso dall’acqua. Era un gozzo di legno dal colore chiaro; quando l’argano cominciò a issarlo, fiotti d’acqua uscirono dalle assi sfondate. Fu adagiato sulla banchina; dalla ringhiera del lungomare i bambini allungarono il collo per vedere.
Era equipaggiato con un piccolo monocilindro a gasolio, non più di 5 cavalli; arrugginito, ricoperto da alghe e con la matricola illeggibile. Nel quadro comandi ancora la chiave di accensione, il gavone di prua con il lucchetto che lo chiudeva; c’era una grande falla sul fianco destro ed altre minori poco sotto l’opera morta.
Qualcuno passò una mano sulla poppa asportandone la melma. Apparve una N con accanto una A. Non pareva vi fossero altre lettere ma dopo una pulizia più accurata apparve un’altra N.
NINA. Era la barca di Aureliano, scomparsa qualche anno prima con lui sopra; ora tornava senza di lui, imbrigliata nelle reti di un peschereccio.
I ragazzi presero coraggio e si avvicinarono; uno mise le all’interno e tirò fuori un grosso polpo nascosto tra le ordinate.
– L’ho preso, l’ho preso! – urlò.
– I granchi, i granchi….! – gridò un altro che aveva aperto il gavone di poppa.
Due seppie nascoste nella sabbia furono presto scovate ed una murena guizzante invano cercò riparo dietro al filtro dell’olio; frotte di paguri risalivano la fiancata, un altro polpo faceva capolino dalla sentina. Non vi dico che successe quando spaventate dal trambusto dal gavone di prua vennero fuori quattro gamberi rossi.
Ormai era tutta una festa, anche la barca sembrava aver ripreso vita.

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