ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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Agosto 2017

Crepitano rami e cortecce sotto le scarpe, ansima la bocca che non trova aria, non quella buona da respirare almeno. Il sudore del mondo non è salato quanto il mio; scende dalle sopracciglia, riga il volto, penetra nella bocca,  segna l’animo. Non una bava di vento, né ombra che possa dar sollievo, solo il frinire pazzo delle cicale e il volo folle dei merli in cerca d’acqua. Da qui al mare laggiù credo di essere solo, eppure mi pare di udire voci lontane a farmi compagnia. Poche energie oggi mi son rimaste eppure mi sento così forte. Sotto l’erba secca i semi aspettano le piogge dell’autunno.

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Un mondo a parte

Non credo sia per l’età poiché già da ragazzo ero affascinato dalle piccole cose; il risvolto della foglia, l’acqua che penetra nella terra, il tremore della voce, una ruga, il ticchettio di due dita sul tavolo. Erano per me un punto di partenza, un libro che si apriva, un mondo a parte avrebbe detto qualcuno ma tant’è. Gli anni non mutarono molto la mia visione delle cose; il groviglio di una lenza continuò ad interessarmi più di un’adunata oceanica.
Non che le cose col grandangolo non le guardassi ma le trovavo dispersive, poco educative, alla fine non interessanti. Invece il percorso di una goccia d’acqua sul vetro vuoi mettere che bello: come si sceglie la strada da fare? Perché devia qui e non lì? Qual è il suo scopo? Beh, immaginate la reazione di chi mi sente fare tale domanda; quale può essere lo scopo di una goccia che scende lungo un vetro; non c’è, scende e basta.
La recente vita di campagna piuttosto che riportarmi a riflettere sui tramonti e gli spazi aperti ha perfezionato una certa visione macro delle cose; così mi interessa la formica che trasporta carichi, il percorso della nuvola, le volute del falco. Per carità, non che debba ricavarci chissà che ma dopo una giornata a discutere di questo e di quell’altro con questo e quell’altro i tardi pomeriggi così mi fanno star bene; è come se tutto si muovesse per me, per mettermi a mio agio e riappacificarmi col mondo. Cosa si impara? Nulla però è bello, tutto è un brulichio qui, uno spettacolo di luci, di colori e di suoni Silenzio, la vecchia bottiglia di latta da inizio al concerto.

Come ho smesso di fumare

Cominciai al secondo anno di liceo periodo in cui si ha fretta di diventare grandi e dei grandi si seguono abitudini e atteggiamenti; mi piaceva la consistenza morbida eppur tenace della sigaretta che spiccava tra le dita come un’ascia o una spada a difendere il mondo e me che lo difendevo. Per un certo periodo ho arrotolato anche il tabacco, ero bravo; uscivano tonde e sottili che le accendevi e pure la fiamma era bella. Fumavo circa un pacchetto al giorno, non che non considerassi in maniera appropriata la monotonia di quel rito e la dipendenza che mi creava solo che la sigaretta tra le dita faceva compagnia, le volute di fumo atmosfera. Ciò nonostante, non essendo mai stato dipendente di niente e di nessuno qualche problema etico lo avevo così provai a smettere. L’intento durava quindici giorni un mese al massimo dopo di che passando davanti al tabaccaio un vortice mi attirava dentro e ricompravo il pacchetto.
Gli anni passavano e mi vedevano con la sigaretta in mano, con la sigaretta in mano finii l’università, feci il militare e cominciai a lavorare. Fumai anche dopo sposato anzi non c’era sigaretta migliore di quella accesa in cucina dopo il caffè. Quando nacque il primo figlio smisi di fumare dentro casa.
Con il passare del tempo si era sopito anche il desiderio di smettere mitigato da una governance dello status quo che dava per assodato il fatto che fumassi; per di più avevo anche tentato di smettere senza riuscirci, cos’altro potevo fare se non continuare?
Di fatti continuai senza più pensarci fino al marzo di 8 anni fa quando mi avvisarono che era morto Damiano. Damiano aveva la barca vicino alla mia e lavorava come carrellista in una fabbrica. Non morì per il fumo ma schiacciato dal carrello elevatore che guidava; lasciava due figli piccoli.
Il giorno dopo smisi di fumare; pensai infatti che morire sul lavoro era comunque una morte onorevole, i figli potevano raccontare alla maestra: “Mio padre faceva l’ operaio ed è morto in fabbrica come il soldato muore sul campo di battaglia.” Fossi morto per il fumo non sarebbe stato altrettanto onorevole e i miei figli non avrebbero potuto raccontare niente di eroico alla maestra. Io stesso nell’al di là mi sarei sentito un fesso.
Non ho più toccato una sigaretta da allora né la desidero. A chi mi chiede come ho smesso racconto questa storia e dico: se vuoi smettere di fumare devi voltare pagina, vestire un abito nuovo, devi in qualche modo rinascere; come il germoglio di quercia che spunta dalla terra dopo un incendio e non sa più chi era prima.

Qui

Qui

Qui c’è un castello sul mare, dal torrione puoi guardare la curva della terra e anche più in là, immaginare città, gente e ponti che non hai mai visto e guardarli dall’alto in basso come uno che si affaccia dal balcone guarda giù e dice “Ciao io sono io tu chi sei?”. Qui c’è un mare azzurro che quando ti tuffi vuoi andare in profondità a vedere dove finisce l’azzurro ma non finisce mai e più nuoti e più vedi gorgonie e pesci mirabolanti che una fiocina non basta e nemmeno due. Qui ci sono colline di pietra calcarea che nemmeno un albero ci cresce, solo cespugli dietro i quali si nascondono le quaglie stremate dal viaggio. Qui c’è una terra secca che l’acqua non le basta mai; scende sottoterra in qualche cavità sconosciuta che qualcuno deve aver pur visto perché dice vi sia un lago fatato con alberi sulla riva e prati dove puoi sdraiarti. Qui c’è una strada antica che puoi sentirci le voci di quelli che ci hanno camminato mille anni fa, i rumori delle spade e i respiri degli amanti. Qui ci sono i cani sdraiati fuori l’uscio che quando li chiami muovono la coda e continuano a dormire. Qui c’è un sole che d’inverno scalda appena ma d’estate cuoce e la pelle mi diventa dura e secca come una pergamena su cui scrivere le cose che voglio.

Si potrebbe andare tutti al mio funerale

Me la ritrovai davanti all’incrocio aspettava il verde come me, una Mercedes nera delle pompe funebri tirata a lucido. Il conducente con la barbetta, nera anch’essa, teneva il braccio fuori il finestrino gli occhi riflessi nello specchietto parevano fissare l’esterno in un punto mai definito. Al verde partì lentamente io lo seguii.
Dove andrà con quell’aria così professionale, quasi compita, non aveva alcuna bara dietro; forse a recuperare una salma o al deposito. Eppure la cosa mi stonava e ora che aveva indossato il cappello ancora di più, pareva un funzionario diligente nel pieno delle sue mansioni. Al semaforo di viale Kennedy il suo sguardo nello specchietto incrociò il mio. “Fanno così gli autisti dell’autobus per dare un occhio ai passeggeri…” mi venne da pensare con un disagio crescente; per converso guardai nel mio: mi seguiva un furgone nero della stessa ditta, lo guidava uno dall’aria altrettanto compita. Allora realizzai: il funerale era il mio, ero io il morto ma convinto di essere vivo. Succede così a chi muore pensai, sospinto dall’abbrivio della vita di tutti i giorni non si accorge di essere morto, pensa di guidare mentre in realtà è guidato, non decide più nulla.
Misi la freccia tentando il sorpasso, nulla da fare la fila di auto procedeva a passo d’uomo: un funerale si, un funerale e i miei dov’erano, dove gli amici, dallo specchietto non riuscivo a scorgere nessuno nemmeno da quelli laterali.
Ma così all’improvviso cosa è potuto succedere, un malore, un incidente…
Nemmeno un saluto mi è stato concesso, due righe da scrivere, una parola, un ciao. Quante cose ancora da fare: pagare il bollo, comprare i semi, fare il regalo al piccolo per la pagella del primo quadrimestre; tutti nove con distinto in condotta. Rimpianti? No, desideri si.
Ora la strada era un lungo rettilineo, le nuvole come di cotone; mi aspettavo da un momento all’altro veder apparire una scala per salirci su.
Al km 28 all’altezza del bar il cameriere uscito per svuotare il cestino mi salutò, lo fece al solito modo chiamandomi per nome e non col segno della croce. La cosa mi risollevò; non ero morto, forse no.

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