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Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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Seni di mezza estate

Si lo so,  l’età e la razionalità dell’uomo fatto  imporrebbero un certo aplomb ma le temperature elevate fanno strame delle compostezze invernali e io barcollo, come colto da leggera febbricola, davanti alla suggestione di un seno femminile. Eh già perché l’estate scopre la pelle, la rende polpa visibile; il caldo, il sudore e l’entropia che sale fanno il resto. Il caldo muove, rende meno viscoso il sangue, facilita gli eccessi; non per nulla fuoco, calore e fiamme sono sinonimi di peccato e perdizione (nell’ inferno succede di tutto nel paradiso poco o nulla) e voluttà.
Ci pensavo oggi dopo che un seno graziosissimo ha fatto bella mostra di sé nello specchietto retrovisore; apparteneva a una donna dal casco celeste che sullo scooter faceva il mio sesso tragitto. Era contenuto in un top grigio; non  strabordava ma era ben fatto così che a guardarlo pareva un’entità perfetta a cui nulla si poteva aggiungere e nulla levare. Si muoveva come dotato di vita propria, soprattutto quando lo scooter sobbalzava sui dossi anti velocità assumendo nella mia mente significati e forme sempre diverse. Al dosso di via Garibaldi era un’onda, di quelle gonfie e belle che ti sommergono quando fai surf; al dosso di via Recanati  diventava una nuvola vaporosa da infilarcisi dentro per vedere quale mistero cela. All’incrocio di Via Dossetti era una forma di creta morbida, buona per modellarci anfore.  Al semaforo rosso di via San Marco potevo finalmente guardarlo nella sua staticità; ora era  un dizionario con centomila parole nascoste, un enigma che mai sarei riuscito a decifrare. Ci siamo separati sul lungomare, lei ha girato per via della Breccia io ho continuato per prendere la statale.
Che poi siamo solo a mezza estate, che mi succederà a ferragosto solo Dio lo sa.

Sul tuo seno

Ho una particolare predilezione per il seno femminile. La cosa va al di là del puro ambito sessuale che pure entra in gioco in maniera cospicua, di fatto che è la parte del corpo femminile che più mi attrae. Ora sull’argomento si sono scritti interi trattati che questo poche e malfatte righe non contribuiranno a rendere più completi, ma sapete com’è, se non si parla delle cose che ci vengono in mente di cosa si deve parlare…
Il colpo di fulmine avvenne la volta che lo vidi dal vero. Non che prima non lo amassi che sui giornaletti ve n’erano a iosa ma erano in qualche modo lontani e il guardarli se pure provocava eccitamento era di quel tipo effimero e banale come sono le cose che non ci appartengono e che non possiamo fare nostre. Avevo18 anni e il seno che avevo davanti un’età uguale. Era grande e ben tornito con i capezzoli ritti e assoluti come missili su una piattaforma di lancio. Ora lo vedevo bene, era diverso da quelli immaginati; respirava e i pori della pelle mi parevano tanti fiori lì lì per sbocciare per me.
Dopo quello ne vidi altri ma se la prima volta fu un’emozione da restare a bocca aperta (così restai davvero) le altre non fu da meno, solo più consapevole. Mi rendevo man mano conto della bellezza oggettiva di quella parte di corpo di donna, che non fioriva solo per me ma per il fatto stesso di esistere. Tante le volte che sono rimasto a guardarlo come si guarda una carta da decifrare o il sentiero di una mappa che prima di essere percorso va studiato e interpretato. Così prima di toccarlo ne ammiravo (ammirare è il termine esatto) il turgore liscio, l’incavo e l’areola ruvida e scura. Mi piace guardarlo standoci davanti, come al cospetto di chissà che, di sopra e soprattutto da sotto sdraiato sulle gambe di lei. In questa posizione lo vedo come un tetto o una coperta; una montagna morbida che sta per franarmi addosso o che misuro con gli occhi prima di scalare. E anche il suo movimento mi affascina come la sua mutevolezza di fronte agli eventi; quell’adagiarsi molle, quel volume che cerca riposo; io in un seno ci vedo la vita stessa di una donna che cerca requie. Così il contatto con la mia mano diventa la fine di un percorso di conoscenza o l’inizio non so; e allora mi piace rendergli omaggio magari accennando un inchino come fanno i gentiluomini o come fosse un santuario dove si va non per chiedere ma per attingere. E allora le dita diventano propaggini tattili atte a trasmettere informazioni ai sensi, che il cervello non ha più nulla da dare o da dire, gli spazi che percorrono sono camminamenti di frontiera e ogni centimetro è una conquista; l’incavo un ruscello di cui mi piace percorrere il greto; i capezzoli un frutto sul ramo. Ultimi gli occhi. Si chiudono sul tuo viso, sui tuoi capelli e sul tuo capo reclinato all’indietro.

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