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Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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Vieneme ‘nzuonno

Se i pensieri si possono in qualche modo regimentare (posso smettere di pensare a qualcosa o a qualcuno se non mi va) lo stesso non posso fare coi sogni; se i pensieri sono in qualche modo legati al corpo il sogno non lo è per nulla, libero com’è di vagare per il mondo. “Cogito ergo sum” esisto quando penso, e se sogno? Esisto esisto; diciamo che divento una barca senza remi e timone con nessuno che mi possa indicare la direzione né azionare freni inibitori; resto in balia dell’acqua placida, o turbolenta.
Accade nella fase Rem, quella in cui i neuroni si fanno da parte, “non si vede e non si sente”, lo spazio esterno non esiste e quello interno prende il suo posto. Non c’è un senso di marcia nel sogno, né una localizzazione geografica o temporale, nemmeno vale il principio di non contraddizione così che può accadere tutto e il suo contrario senza che in chi sogni desti sorpresa o incredulità. Immagini del passato, frammenti del giorno appena trascorso, aneliti, paure, cose che a volte si possono raccontare altre no e che spesso, come accade a me, nemmeno si ricordano.
Che peccato perché il ricordo è l’unico resoconto del sogno; uno strumento collegato al mio cervello può rilevare che sto sognando ma non cosa; che meraviglia però, quale mirabile segreto custodisce la nostra psiche, accessibile e noi e a nessun altro.
“Vieneme ‘nzuonno” Vienimi in sogno, canta sobrio Nino D’Angelo in questa perla, forse poco conosciuta, della canzone napoletana; chiede a colei che fu la sua donna di venirgli in sogno.

“Vieneme ‘nzuonno”

E pass’ ‘o tiempo
sunnanno ll’ammore,sultanto ll’ammore,
e nun s’arrenne
‘stu core, penzanno, aspettanno a te.
Pure ‘a vernata fredda
se ll’accarezza ‘o sole,
ma ‘o sole,
‘o sole mio addò stà?

Vieneme ‘nzuonno, sì, vieneme ‘nzuonno:
nun me scetà, famme, mpazzì, vicino a te;
me pare overo ca si’ turnata
comm’ ‘a ‘na vota abbracciata cu me,
ammore, ammore mio.
Sent’ancora dint’ ‘e vvene
‘o desiderio e ‘o bbene,
damm’ ‘a mano, damm’ ‘o core,
io voglio sulo a te…
Vieneme ‘nzuonno, sì, vieneme ‘nzuonno,
te voglio di’: ‘o sole mio,’o sole mio si’ tu!

Facimme pace, nun ‘mporta ‘o passato, ce sta ‘nu dimane;
io cont’ ‘e juorne
suffrenno, vulenno sultanto a te.
‘Sta vita nun è vita,
si nun ce sta ll’ammore,
è ammore
ll’ammore mio si tu!

Vieneme ‘nzuonno, sì, vieneme ‘nzuonno;
nun me scetà, famme, mpazzì, vicino a te;
me pare overo ca si’ turnata
comm’ ‘a ‘na vota abbracciata cu me,
ammore, ammore mio.
Sent’ancora dint’ ‘e vvene
‘o desiderio e ‘o bbene,
damm’ ‘a mano, damm’ ‘o core,
io voglio sulo a te…
Vieneme ‘nzuonno, sì, vieneme ‘nzuonno,
te voglio di’: ‘o sole mio,’o sole mio si’ tu!

Testo anomalo senza dubbio; nessun gesto che possa dirsi fisico, nessuna invocazione strappa cuore, non una serenata, né un grido, una lettera, un tentativo di incontro; niente di reale e in qualche modo di “maschio”; solo il desiderio di vedersi apparire in sogno quella che fu la propria donna. Tutto è finito, nulla pare rimediabile; resta l’anelito del breve spazio temporale di un sogno, oh ma non pensate sia un’attitudine da considerarsi debole; la trovo anzi una dimostrazione di forza, una dichiarazione d’amore formidabile.

Io alla guerra

150820132156

Una vecchia sedia di legno tra i massi calcarei all’ombra di un pino, tra le mani una copia di “Sturmtruppen”; questo pomeriggio d’agosto mi riposo su un versante di una collina, il mare azzurro sotto, alla stessa quota dei gabbiani.
Poco più in basso i ragazzi giocano con gli amichetti, le loro grida scoppiettano; le voci delle donne sedute al tavolo diventano cantilena, il sottofondo al mio dormiveglia.
Siamo armati dell’essenziale, dobbiamo riconquistare una collina da cui si domina la strada, è una zona che conosco come le mie tasche. Durante la notte la risaliamo il versante opposto, il nemico lo prendiamo alle spalle; arriviamo prima dell’alba, piazziamo le mitragliatrici e ci disponiamo a ventaglio, a un cenno attacchiamo. I tedeschi paiono spaesati, la posizione dall’alto ci favorisce; neutralizziamo due postazioni e un deposito di armi, si ritirano dietro due case coloniche per organizzarsi. Non sono ancora le otto che cominciano a bersagliarci con i mortai; rispondiamo con le bombe a mano ma subiamo delle perdite. Decidiamo di creare un diversivo per tentare un aggiramento ai fianchi; io resterò lì a tenerli impegnati. Mi preparo un alloggiamento dietro una sedia di legno all’ombra di un pino e aspetto. Cominciano a salire; prendo la mira e sparo, ne colpisco sette; sono in una posizione favorevole e riesco a tenerli a bada. Ne prendo altri due poi vedo che spostano la mitragliatrice pesante e vado via; sono veloce, lo sono sempre stato, così mi inerpico per la pietraia e mi infilo nella macchia. Scompaio mentre dietro di me i proiettili da 8 mm frantumano tutto quello che incontrano. Poi sento gli spari dei miei, ce l’hanno fatta, li hanno presi ai fianchi; voglio raggiungerli, lascio la macchia e attraverso la radura.
Non so dire se la pattuglia nemica mi aspettasse, solo li vedo alzare i fucili e prendere la mira; gli sparo contro i colpi che mi rimangono.
“Colpitemi al petto, colpitemi al petto…” mi viene da dirgli e mi accontentano. Tre colpi in pieno petto, un fiotto dal cuore; qualche passo poi cado e mi accartoccio come una pergamena.
Mi vengono in mente in una frazione di tempo le cose fatte e quelle ancora da fare, che non farò più. Un’ape mi si posa sul naso.
E’ finita quando la voce di un bimbo mi desta dal torpore degli ultimi istanti: “Un aereo, un aereo!”
“L’aviazione ci attacca..” farfuglio “…devo salvare i ragazzi”.
Apro gli occhi, l’aereo vola basso e ha uno striscione sulla coda: CASEIFICIO IL CASOLARE. MOZZARELLA FRESCA TUTTI I GIORNI.”

Un sogno


                                              Il sogno  (P. Picasso, 1935)

Non potevo accettare razionale come sono di non ricordare nulla dei miei sogni notturni;  già, è proprio così, mai al risveglio  è  restato qualcosa di quello che avevo sognato, nemmeno un indizio o un frame. Eppure se il sogno è la continuazione della vita vigile, se  rappresenta la schiuma di ciò che si è vissuto come mai  non ne conservo traccia…, forse  quello che mi appare reale non lo è  oppure ciò che faccio o penso durante il giorno non  vale nemmeno di essere sognato?  O i miei sogni non sono a tanto intensi da essere ricordati; se è così vuol dire che la mia vita reale che io dipingo variegata e convulsa non lo è per nulla tanto da tacitarsi l’istante  in cui chiudo gli occhi,  come se nulla  ci fosse da appurare, nulla di cui esaltarsi o rammaricarsi della giornata  appena vissuta.
Ma forse non è questione di intensità e il sogno mi sfugge perché non gli concedo appiglio, non gli dò confidenza e lui precipita in un pozzo profondissimo da cui più non risale.  I miei sogni sono frammenti non più ricomponibili.
Eppure niente più della tranquillità notturna avrebbe il potere di far combaciare i pezzi e dare spazio alle impressioni represse durante il giorno; cosa che accadrà pure  ma io, frastornato   dalle informazioni e le aspettative della mattina  non me ne accorgo. L’ esplosione del sole e della luce   “spengono” la flebile lucina del sogno ricacciandolo nel  subconscio.
Ma  tutto questo non potevo accettarlo; non ricordare i sogni vuol dire darla vinta all’ inespresso, al “jamais vu”; il sogno diverrebbe  una rosa che mai colsi, il rebus che mai mai risolsi. Far venire il mio sogno alla luce, sconfiggere la sua timidezza, farmelo amico; questo  l’obiettivo che dovevo pormi. 
Occorreva uno stratagemma e l’ho trovato. Invece che svegliarmi come al solito alle sette di mattina ho messo la sveglia alle cinque quando il sogno meno se l’aspetta, minori sono le sue difese e minori le mie. Alle cinque di mattina, come quelle “cinco de la tarde” ora della resa dei conti, in modo da sorprenderlo prenderci confidenza e farlo mio. Ebbene ce l’ho fatta, sono entrato nel mezzo della scena e ho sorpreso l’altro me che  “jouait”; ho colto il sogno in flagrante e ne sono rimasto affascinato, rapito. Ricordo tutto: le parole, i gesti, ciò che facevo, le sensazioni che provavo. Ma non le posso raccontare.

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