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Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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Lo sfalcio dell’erba

In questi anni che i ritagli di tempo li ho dedicati alla campagna ho imparato varie cose, una è che le cose a cui teniamo non possiamo lasciarle libere, non possiamo cioè farle fluire senza vincoli di sorta; farlo sarebbe un modo per denigrarle e non dare loro l’importanza che meritano. Vale per gli amori, ”se ami qualcuno lascialo libero” cantava Sting, macché; e vale per l’erba alta della mia campagna che ora è il momento di falciare che altrimenti soffocherebbe ulivi e viti e un incendio avrebbe vita facile a propagarsi. Ora è il momento perché andiamo incontro all’estate e le piogge stanno per finire e l’erba tagliata non avrà più la forza per ricrescere. Mi siedo su un masso, se intervenisse qualcuno a gridarmi di non tagliare quasi quasi l’ascolterei.
Ah che mondo tra i fili d’erba, ora lo vedo; del tutto autonomo dal nostro, leggero, ombroso e brulicante di vita. Una lumaca su uno stelo, un’ape zig zaga tra le foglie, formiche trasportano semi; c’è un universo sconosciuto qui, un mondo lillipuziano che conoscevo solo di riflesso.
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Monto il filo al decespugliatore e gli faccio miscela. “Roarr” fa il motore quando parte e il filo emette un sibilo di frusta. Accelero e comincio. Salta il trifoglio, salta il tarassaco, salta la borragine, salta l’avena selvatica; quelli che posso li evito ma colpisco anche lombrichi, armadillium, farfalle, formicai; una lucertola colpita alla spina dorsale si dimena prima di morire. La vita si disintegra sotto la forza devastatrice del filo, diventa poltiglia, scompare. Frammenti vegetali schizzano sulle braccia, sulla maschera a rete che mi protegge il viso, la ripulisco, continuo; è una marcia parossistica la mia, un attraversare campi aperti sparando all’impazzata senza fare prigionieri,
Alla fine il terreno è così.
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Come è tutto aperto ora e diverso e arioso; compaiono le viti e dietro di loro gli ulivi, un muro a secco fa capolino nel sole. E’ uno scenario nuovo, da fatto compiuto, a me pare da day after; forse la vita è così, una lunga bonaccia interrotta da un uragano che la devasta e da cui ripartire. L’erba tagliata è un manto soffice e odoroso. I piccioni sui fili della luce aspettano che mi allontani per cominciare il banchetto, e io vado.

Tagli

Il prato è tutto fiorito, qui da noi l’inverno non fa in tempo ad arrivare che viene risucchiato dagli anticicloni. Le viti, sballottate dai venti di novembre sono un intrico di tralci secchi; quasi secchi, all’interno la linfa scorre il tanto che basta a mantenerle in vita.

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Non possiamo lasciare le cose in balia di se stesse né della propria libertà. Dobbiamo regimentarle in qualche modo, darle un’impronta, alleggerirle dai fronzoli, denudarle. Ridurre le cose all’essenziale è il modo migliore per conservarle e magari farle crescere; scarnificarle è arrivare al centro esatto della loro funzione, è vedersi rivelata tutta intera la loro importanza. Sarà perché la ridondanza mi stanca, così il superfluo, mi stancano gli spazi pieni; vivrei benissimo in una casa con un letto, una dispensa, tavolo e sedie; nemmeno un armadio con gli scheletri tra i maglioni. O forse sono io che non so mediare, dovrei imparare meglio a gestire i volumi pieni e gli orpelli, fare un pacco grande di ogni cosa invece di conservare i noccioli; è che mi piace averti come seme da portare dietro, che un seme si conserva in tasca e si può piantare ovunque si sia.
La vite va guardata prima di procedere, potrei dire che va meditata, va individuata la direttrice lungo la quale operare, identificati i tralci utili e quelli che invece devono essere eliminati. Tagli regolari mi raccomando, e puliti; lasciate 5 gemme sul capo a frutto, stendetelo sul filo e legatelo; solo due gemme sullo sperone che sarà il capo a frutto dell’anno prossimo.
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Il tralcio tagliato potete usarlo per piantare una nuova vite; infilatelo nel terreno e irrigatelo quanto serve, dalle gemme interrate nasceranno radici, da quelle fuori terra già ad aprile i nuovi germogli. Tra due anni, da un pezzo di legno piantato in terra, nudo e senza fronzoli, avrete la prima uva.

Una scheggia nella mano

“ Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti precisamente – avendo poco o punto denaro in tasca, e nulla in particolare che m’interessasse a riva pensai di prendere il largo per un po’ e di vedere la parte acquea del mondo”. Comincia così con uno dei più folgoranti incipit della letteratura il “Moby Dick” di Melville.
Per conto mio a riva ho parecchi interessi e la barca nemmeno è a punto così il 25 aprile non avendo nulla in particolare da fare ho pensato di rinfrescarne i portelloni di legno.
Comincio. Ha quattro portelloni la mia barca, finisco di scartavetrare il terzo quando la mano nel suo movimento di andirivieni incontra una scheggia proprio sull’ultima stecca e vi si infigge; è una scheggia di multistrato marino di circa sette cm. Il suo ingresso nel palmo non mi causa dolore, piuttosto la sensazione di un inoculo insidioso; guardo la mano, il frammento fuoriesce come le frecce degli indiani quando nei film colpiscono i nostri; lo estraggo e verifico che la mano non sanguini; non sanguina.
Oltre alla già detta sensazione di invasione arbitraria continuo a non sentire dolore così con la sinistra finisco di scartavetrare il quarto portellone poi ripongo gli attrezzi e vado al pronto soccorso.
– E’ allergico, ha problemi diabetici, cardiaci…? – chiede l’infermiera di turno
– No.
Il dottore non c’è, quando arriva mi accorgo che stava dormendo; gli chiedo di aprire la ferita e controllare se vi siano schegge.
– Meglio di no, se ci sono verranno in superficie da sole. – prescrive un antibiotico, dice all’infermiera di medicare e va via.
Nei tre successivi giorni la mano rimane gonfia, ho difficoltà a muoverla, dalla ferita fuoriescono piccolissimi frammenti di schegge.
Il quinto giorno continua a farmi male, torno al pronto soccorso dove trovo lo stesso medico dell’altra volta. Voglio che me la apra e controlli cosa c’è.
– Va bene. – fa lui.
Mi stendo sul lettino e comincia a incidere. Gli dico che mi sta facendo o male.
– Tanto o poco…?
– Tanto…
– Allora facciamo un’anestesia… – sento l’ago entrare nella mano.
Riprende a incidere e a spremere; guardo solo alla fine, il lenzuolo è rosso di sangue e siero.
– Ecco fatto la ferita è pulita ma lei continui con l’antibiotico.
Il giorno dopo la mano non è più così gonfia ma non piego il pollice, se lo faccio sento una fitta lancinante; dalla ferita continuano a fuoriuscire piccolissimi frammenti di legno, li tolgo con l’ago disinfettato sulla fiamma.
La notte successiva dormo sufficientemente tranquillo; l’indomani continuo a non muovere il pollice. Nella serata a 3-4 mm dalla superficie vedo apparire un agglomerato nero che reputo un ulteriore frammento, cerco di agganciarlo con l’ago, inutilmente; decido di immergere la mano in acqua calda così da ammorbidire i tessuti.
Dopo l’immersione la pelle è soffice e dilatata così tento un altro sistema; premo con le dita le zone circostanti la ferita in modo da favorire l’espulsione di quello che c’è; fa male ma qualcosa si muove. Poi non credo ai miei occhi; come un missiletto con poca carica una scheggia acuminata di 3 cm schizza fuori e ricade sul palmo; eccola.
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Domenica finirò di verniciare i portelloni poi prenderò il largo per un po’.

La potatura della vite a Guyot

Ora che le foglie sono appese a un filo è il momento di potare la vite. Ora e non prima se non vogliamo vedere la linfa sgorgare dal taglio che per fermarla dobbiamo spalmarlo di resina. Ora, perché la pianta si raggomitola in attesa dell’inverno e qualunque cosa le facciamo non arrecheremo danno, anzi ci sembrerà di operare su un legno secco.
Mi chiedo talvolta se esista una cosa (di quelle che ci interessano) che possiamo lasciar libera, senza vincolo o intervento alcuno e aspettarci da essa delle gratificazioni. Ebbene non credo ci sia se non in maniera sporadica; credo anzi che nessuna gratificazione possiamo aspettarci se non la meritiamo, se in qualche modo non ne diventiamo partecipi. Alcuni la chiamano cura, altri possessività; credo invece sia questione di pressione esercitata; la stessa che eserciterò oggi sulle forbici da pota.

Il vigneto degrada verso sud con una lieve pendenza e affaccia sul mare. In realtà non gli è vicinissimo ma camminando puoi arrivare a riva, fare un tuffo e tornare qui con il costume ancora bagnato; d’estate arrivano fin qui gli echi dei bagnanti, a novembre a ricordarlo non c’è che quel bordo più scuro che vedete laggiù prima che cominci il cielo.

Quest’anno poterò la vite a Guyot; salverò due soli tralci eliminando gli altri. E’ una tecnica sufficientemente semplice ma come spesso accade a confidare troppo nelle parole succede che le cose le ingarbugli così mi aiuterò con qualche immagine.

Quello che vedete è un vitigno Malvasia bianca di tre anni. Dobbiamo mettere ordine in questi tralci, dargli un senso che non sia solo quello della libera crescita che se così fosse di uva non ne raccoglieremmo un grappolo che tutte le energie la pianta le spenderebbe per nutrire i cinque e passa tralci. Dovremo individuare quindi una viabilità orizzontale, magari parallela al primo filo, che consenta ai due tralci prescelti di crescere senza invadere il filare.

Eccoli i tralci che ci interessano, li indico col dito, tutto il resto possiamo eliminarlo. I tagli dovranno sempre essere netti e puliti e fatti su legno max di due anni. Ciò faciliterà la chiusura delle “ferite”. Tagli su legno più vecchio faranno fatica a cicatrizzare.

Ne resteranno due perfettamente allineati lungo il filo. Il tralcio che corre verso sinistra dovrà essere tagliato all’altezza di 5 gemme e sarà il nostro “capo a frutto” cioè quello che darà i grappoli. Quello di destra è il cosiddetto “sperone “ e lo taglieremo corto a due gemme. Il prossimo anno da una sua gemma trarremo il nuovo “ capo a frutto” dall’altra il nuovo sperone. Una curiosità: lo sperone dalle mie parti si chiama anche “risico” cioè rischio; lo utilizzeremo se un qualche accidente rendesse inservibile il “capo a frutto”

Semplice, complicato? Facciamo un altro esempio.
Questo vitigno è un moscato bianco. Anche qui dovremo individuare un “capo a frutto” e uno “sperone. Vediamo un po’, quali scegliereste?

Io ho scelto quelli indicati, a me paiono vigorosi e sufficientemente allineati.

Elimino tutti gli altri sempre con tagli netti; lascio anche qui un tralcio verso sinistra che darà l’uva e uno sperone a destra. Non resterà che piegare il capo a frutto e legarlo lungo il filo metallico. Fate attenzione, se il tralcio è ancora verde è facile che si spezzi. Siate delicati, curvatelo piano; è una questione di pressione lo sapete, e qui ci vuole poco più di una carezza.

A potare ho cominciato da una settimana; sette, otto viti al giorno, nei pomeriggi coi rimasugli di sole. Quando avrò finito il vigneto sarà un cimitero disadorno, ma vedrete cosa succederà ad aprile. Non crederete ai vostri occhi.

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