ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivio per la categoria “terra”

Di notte

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Se la notte ti sorprende vuol dire che stai invecchiando, non calcoli i tempi o forse doveva andare così, isolato nella campagna con il buio calato e il freddo a bloccare i movimenti. Ma non i pensieri, affascinati da questa luna catarifrangente che dice “ Fermati fermati” e tu ti fermi come se altro non avessi da fare tipo parlare con tizio e incontrare caio. “Fermati fermati” e tu ti fermi come se chissà quale spettacolo stesse per cominciare e per alzare il sipario aspettassero solo te. Oh per carità nessuno parla, nessuno recita parte alcuna, nemmeno nessuno si muove se non tu e le scarpe a fare crac degli arbusti già gelati. Crac e il rumore fa girare gli ulivi che sei tu l’estraneo qui ora lo sai e gli animali notturni (che giammai vedrai) a scrutarti dagli anfratti delle pietraie o gli incavi dei tronchi. Ma se è un invito non posso non accettare così siedo su un masso a guardare, ombra tra le ombre, la luna sopra il nespolo grande bianca piena.

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Qualcosa sui fichi d’India

Ho sempre amato questa pianta. Per la sua stranezza, la resistenza e per il suo non dover dar conto a nessuno. Non chiede acqua, né cure, non profuma, nemmeno si può dire che è bella o ospitale ma io l’ho amata come amo tutto quello che si mostra in disparte, che non si fa notare.
Non so dove abitate ma non crescerà se siete al freddo, vuole il caldo, l’arsura, il sudore di chi la guarda.009

 

Da bambino mi infilavo tra le sue pale cercando di attraversarle senza ferirmi, era un labirinto terribile di meandri e di spine che ne ero convinto, mi avrebbero imprigionato e non ne sarei più uscito.024

 

Che poi ti arrampichi verso l’alto a vedere dove arriva e cosa c’è sopra, cosa oltre; lo fai mettendo le mani nei radi punti in cui non vi sono spine; è una recherche, ogni centimetro una conquista. Oggi sono arrivato fin qui, oltre non ho potuto e da lì si vedeva questo.010

 

Già le spine. Quelle sui frutti sono fragili, ti entrano nella pelle con poco danno ma quelle sulle pale no, sono spade e quanto entrano provi un dolore freddo di baionetta. Ah ma i frutti sono belli, quelli da cogliere sfumano dal verde al giallo arancio; io uso della carta da pane a mo’ di guanto (le spine ci scivolano sopra) con cui preso il fico d’India lo faccio ruotare; si stacca delicato, come forse avrebbe voluto.007

 

Il fico d’India si mangia fresco di temperatura, io qui lo mangio di mattina presto quando lo stomaco è vuoto e la sua bontà l’assapori tutta. Ha una polpa ruvida e tenace, è dolce, appagante; vi sembrerà di mangiare il migliore dei gelati. Per togliere la buccia tagliate le estremità, incidetela trasversalmente e divaricatela.
Guardate, da quando non vedevate qualcosa di così bello?041

 

Il sole di febbraio

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Guarda fuori, c’è il sole di febbraio  a infrangere le certezze dell’inverno, il ghiaccio solido delle abitudini tristi. C’è il sole di febbraio a scaldare il sangue, a dirti che di nuovo ce la puoi fare. C’è il sole di febbraio, nulla è perduto, puoi slacciare un bottone al cappotto, togliere il cappuccio, mettere il viso all’aria. Nessuno è solo, c’è il sole di febbraio.
Esci, c’è il sole di febbraio;  non credevi eh che il mandorlo potesse rifiorire, di questi tempi poi, con questa crisi; e invece eccolo al sole di febbraio mette le gemme, saluta me, te e tutto il vicinato.

La pacciamatura del terreno

Così questo pezzo di terra dove passo i pomeriggi inoltrati sta diventando una specie di zattera su cui imparo a governare gli eventi (o mi illudo di farlo). Oh niente di che ve lo dico; ho imparato a intrecciare corde, a mettere pietre una sull’altra, a raccogliere l’acqua piovana e a usare la vanga con cui preparo la terra prima di piantare pochi ortaggi. A proposito, quest’anno ho pensato di sperimentare una tecnica che avevo in mente da tempo: la pacciamatura. Consiste nello stendere sul terreno una copertura che può essere di polietilene o di residui vegetali; avrà sia la funzione di inibire la crescita delle erbe infestanti che quella di limitare l’evaporazione dell’acqua mantenendo a lungo la terra fresca e umida.
Lo so che nemmeno per un istante avete pensato che io potessi usare il polietilene e infatti non l’ho usato; in un terreno poco distante tra le rocce erose da mille anni di venti nasce da sempre il porro selvatico, userò quello.
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Il porro selvatico è una pianta coi fiocchi, buona nelle minestre, per le insalate e per aromatizzare oli; ci si fanno anche delle gustose frittate ma questo non è un blog di cucina (che poi a parlare di troppe cose finisce che non parli bene di nessuna) per cui torniamo al porro selvatico che ho falciato e trasportato di sopra.
Approntato il materiale per la pacciamatura si tratta ora di sistemare il terreno fresato in precedenza, dobbiamo cioè tracciare i filari lungo i quali metteremo a dimora le nostre piantine. Per far questo uso la mia vecchia cara zappa (ho in debole per questo attrezzo) e una lenza per andare dritto.
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Siamo a buon punto. Ora spargiamo le foglie di porro selvatico sul terreno avendo cura di creare una coltre compatta e regolare. Il terreno è pronto, posso mettere a dimora le mie piantine di pomodoro. In vendita ci sono degli ottimi foraterra utili alla bisogna, io il mio l’ho ricavato da un ramo di ulivo sagomato a L a cui ho fatto una punta. Le pianto tra il pacciame a 30 cm di distanza l’una dall’altra; potete vederle fare capolino tra il fogliame. In fondo potete vedere anche il mio cane scansafatiche.
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E’ passato un mese e le piantine di pomodoro sono cresciute; a ciascuna di esse ho affiancato una canna che fungerà da tutore. Le canne le ho tagliate in un canneto poco distante, affilate con la roncola e infilate nel terreno dopo la pioggia quando era più morbido. Anche le viti sullo sfondo hanno messo le foglie nuove.
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Camposanto

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E’ un camposanto piccolo quello del mio paesello con le mura screpolate; ha anche un sacrario garibaldino e un altro dedicato ai morti della Grande Guerra con i proiettili di cannone ai quattro angoli della lapide; quando ci venivo da bambino ne toccavo la punta di ferro. Mi piaceva poi aggirarmi tra le tombe alla ricerca di quella più vecchia (chissà perché la più vecchia) che poi è ancora lì dietro la cappella, è del 1822;  non perché prima di quella data nel mio paesello non si morisse ma più probabilmente il cimitero era altrove in un posto che non so. E poi mi piaceva soffermarvi sulle tombe dei bambini e mi chiedevo (anche adesso lo faccio) perché uno che ha tre mesi deve morire, che male ha fatto; e uguale per le ragazze appena sposate (ce n’è una morta sei mesi dopo il matrimonio e un’altra di parto). Andare al camposanto  durante l’anno mi mette tristezza ma non in questi giorni che è pieno di gente e fiori colorati. Un capannello qui, uno là, chi prega su una croce, qualcuno piange. Però i bambini si divertono (tienili fermi se ci riesci) a rincorrersi nei viali e a nascondersi dietro ai cipressi. Anche i morti si divertono  che gli piace stare in compagnia  e a me che sto di sopra pare di vederli là sotto aggiustarsi  la cravatta, sistemarsi la gonna o darsi una lucidata alle scarpe. Pure le loro facce  digrignate fissate in eterno dalle fotografie paiono distendersi e alcune, vi giuro l’ho visto io, accennare un sorriso; mi piace pensare che anche la sposa giovane e quella morta di parto lo abbiano fatto. Se sali le scale in fondo a un corridoio trovi la tomba di mio nonno; gli assomiglio sempre di più.

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