ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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Tre muri a secco

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Le cose succedono da uno sguardo. Così un pomeriggio non avendo altro da fare rimirando il pendio acclive sotto casa ne mi sono detto: le pietre le ho, potrei farci dei muri a secco terrazzati. Per quanto mi riguarda quando un’idea parte è difficile torni indietro; posso metterci giorni, settimane, mesi ma alla fine vede la luce. Può non essere codesta una virtù poiché dovrebbe essere il raziocinio a farci scegliere cosa è giusto e cosa no fare ma per me è diverso; quello che penso è stato già in qualche modo deciso a livello inconscio, non devo che realizzarlo. D’altra parte che uomo è chi non si cimenta in ciò che lo appassiona, che uomo è chi non prova a realizzare ciò che uno sguardo gli ha chiesto di realizzare? Naturalmente per come sono nessuno avrei voluto coinvolgere in tale follia e infatti nessuno ho coinvolto, troppo improbo il lavoro, lungo e dai risultati affatto assicurati.
Eh si i pomeriggi li uso così, a cimentarmi in ciò che mi fa sentire geometrico, propositivo; non che le mattine viva di sogni beninteso, sono però rigido, ligio al da farsi, morigerato; il pomeriggio no, mi piace sudare, realizzare quello che non c’era e fermarmi poi a guardarlo.
Il muro l’ho pensato a tre terrazzi in modo da stabilizzare il versante, limitarne la pendenza e avere modo di percorrerli singolarmente; uno scavo longitudinale profondo 40 cm ciascuno a mo’ di fondazione in cui posizionare i massi più grandi. Ho cominciato da quello a quota inferiore, una pietra dopo l’altra; è stato bello incastrarle, incatenarle a una logica che da sempre seguo: le cose hanno un senso, un modo di essere posate; se la vita è in mano al caos, se anche il nostro destino è in mano al caso, una cosa possiamo farla per dare un ordine all’ esistenza: incastrare le cose in modo giusto. Provarci almeno, di modo che esse stesse alla fine possano restare soddisfatte di come le abbiam messe.
Non è stato un lavoro facile, due ore quasi tutti i pomeriggi per non so quanti giorni. Mi è piaciuto il sudore; ho per il sudore una certa riconoscenza, è il segno che il corpo risponde a quello che gli chiedo, mi accompagna, mi è amico; se sudo sono vivo, posso fare, pensare, ridere, costruire su macerie. Credo che se potessi scegliermi la pena in un qualche Purgatorio dove spero di andare opterei per lo spostar massi da una parte all’ altra di una valle per costruire anche lì un muro a secco, una protezione dai venti, un riparo.
Li ho cominciati questi muri che era inverno, li ho finiti in primavera con la terra ancora brulla; ora con l’estate sono spuntati i papaveri a me a guardarli pare di aver dipinto un quadro.

Muri d'estate

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Sopra un muro scalcinato

013

Dovrò scrivere prima o poi qualcosa su come ci cambia il tempo e come cambiano le cose intorno a noi; ci pensavo stamattina passando davanti a un vecchio muro scalcinato.
– Ehi – gli ho detto – mi hai visto crescere, forse nascere, quante volte mia madre col pancione ti sarà passata davanti. Ricordi com’ero? Ricordi la mia voce, il rumore dei passi curiosi come gli occhi?
Eri troppo alto per me, ti scalavo per guardare oltre verso il mondo degli alberi alti e scuri, verso la foresta profonda in cui nessun bambino si era mai addentrato. Da piccolo ti percorrevo a caccia di lucertole, da ragazzo col fucile in spalla a caccia di tordi.
– Sono cambiato? Che impressione ti faccio ora?
Ah il tempo passa, la vita ci crolla addosso e lascia cicatrici mirabili eppure ho tanta forza ancora, un cuore che batte e gli stessi occhi di allora.
Qui un nocciolo, qui un sentiero che ora non c’è più, come il nocciolo del resto. Il grande gelso rosso invece c’è ancora, quello su cui salivo a fare scorpacciate; scendevo straziato di rosso.
– Sono ferito, sono ferito! – gridavo spacciandomi per un soldato alla guerra, poi stramazzavo trattenendo il fiato.
Chissà se invecchiano anche i muri, come trascorrono i loro anni prima che il sole o l’umido li debiliti fino a farli crollare.
Così l’ho percorso con la mano, la sua pietra calda mi ha dato un senso di quiete, di pace sopraggiunta; mi è venuto da  pensare a questa vita come è fatta, a come ci cambia il tempo eppure ci lascia così uguali. Poi sono andato via che il cane mi aspettava.

Di notte

011

Se la notte ti sorprende vuol dire che stai invecchiando, non calcoli i tempi o forse doveva andare così, isolato nella campagna con il buio calato e il freddo a bloccare i movimenti. Ma non i pensieri, affascinati da questa luna catarifrangente che dice “ Fermati fermati” e tu ti fermi come se altro non avessi da fare tipo parlare con tizio e incontrare caio. “Fermati fermati” e tu ti fermi come se chissà quale spettacolo stesse per cominciare e per alzare il sipario aspettassero solo te. Oh per carità nessuno parla, nessuno recita parte alcuna, nemmeno nessuno si muove se non tu e le scarpe a fare crac degli arbusti già gelati. Crac e il rumore fa girare gli ulivi che sei tu l’estraneo qui ora lo sai e gli animali notturni (che giammai vedrai) a scrutarti dagli anfratti delle pietraie o gli incavi dei tronchi. Ma se è un invito non posso non accettare così siedo su un masso a guardare, ombra tra le ombre, la luna sopra il nespolo grande bianca piena.

Qualcosa sui fichi d’India

Ho sempre amato questa pianta. Per la sua stranezza, la resistenza e per il suo non dover dar conto a nessuno. Non chiede acqua, né cure, non profuma, nemmeno si può dire che è bella o ospitale ma io l’ho amata come amo tutto quello che si mostra in disparte, che non si fa notare.
Non so dove abitate ma non crescerà se siete al freddo, vuole il caldo, l’arsura, il sudore di chi la guarda.009

 

Da bambino mi infilavo tra le sue pale cercando di attraversarle senza ferirmi, era un labirinto terribile di meandri e di spine che ne ero convinto, mi avrebbero imprigionato e non ne sarei più uscito.024

 

Che poi ti arrampichi verso l’alto a vedere dove arriva e cosa c’è sopra, cosa oltre; lo fai mettendo le mani nei radi punti in cui non vi sono spine; è una recherche, ogni centimetro una conquista. Oggi sono arrivato fin qui, oltre non ho potuto e da lì si vedeva questo.010

 

Già le spine. Quelle sui frutti sono fragili, ti entrano nella pelle con poco danno ma quelle sulle pale no, sono spade e quanto entrano provi un dolore freddo di baionetta. Ah ma i frutti sono belli, quelli da cogliere sfumano dal verde al giallo arancio; io uso della carta da pane a mo’ di guanto (le spine ci scivolano sopra) con cui preso il fico d’India lo faccio ruotare; si stacca delicato, come forse avrebbe voluto.007

 

Il fico d’India si mangia fresco di temperatura, io qui lo mangio di mattina presto quando lo stomaco è vuoto e la sua bontà l’assapori tutta. Ha una polpa ruvida e tenace, è dolce, appagante; vi sembrerà di mangiare il migliore dei gelati. Per togliere la buccia tagliate le estremità, incidetela trasversalmente e divaricatela.
Guardate, da quando non vedevate qualcosa di così bello?041

 

Il sole di febbraio

005 (2)

Guarda fuori, c’è il sole di febbraio  a infrangere le certezze dell’inverno, il ghiaccio solido delle abitudini tristi. C’è il sole di febbraio a scaldare il sangue, a dirti che di nuovo ce la puoi fare. C’è il sole di febbraio, nulla è perduto, puoi slacciare un bottone al cappotto, togliere il cappuccio, mettere il viso all’aria. Nessuno è solo, c’è il sole di febbraio.
Esci, c’è il sole di febbraio;  non credevi eh che il mandorlo potesse rifiorire, di questi tempi poi, con questa crisi; e invece eccolo al sole di febbraio mette le gemme, saluta me, te e tutto il vicinato.

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