ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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I fianchi delle donne

NUDO

Dei fianchi delle donne mi piace l’ampiezza, la forma di tronco cavo rifugio di ghiri l’inverno e cuccioli di volpe in primavera. I fianchi delle donne sono zattere, relitti galleggianti dopo un naufragio, arpe celtiche, aquiloni. Sono tamburi che risuonano nel buio della notte.

Afternoon

010

I pomeriggi che passo nella casa sul mare hanno un che di meditativo; il sole che cala mi trova esposto agli appuntamenti con me stesso, con quello che sono diventato; un uomo dalle mani rugose, il carattere pure, corazzato all’apparenza, un cuore che batte.
Saranno stati i giocattoli a farmi diventare così; i sonagli dei primi mesi, le biglie, i carri armati a batteria. Lavavo i soldatini; li mettevo sul davanzale ad asciugare che i vicini dicevano a mia madre. “Ma com’è che tuo figlio lava i giocattoli?” Lei allargava le braccia:“E’ fatto così.”
Mi piaceva lavare i giocattoli e il senso di decoro che ne traevo; ne ero certo, un giocattolo pulito si sarebbe sentito più amato.
O le canzoni, forse mi hanno costruito le canzoni; mentre ascoltavo The dark side of the moon mi immaginavo sulla luna a esplorarla; mi è sempre piaciuto guardare dall’altra parte, dove è buio, dove nessuno guarda.
Davanti ho il mare, lungo l’orizzonte un’isola; lì ci sono stato d’inverno quando il mare arrivava sulle case e le onde alle finestre. il ristorante era in piazza, devo averci le foto da qualche parte; di notte da qui si vede il faro.
Sono seduto sul gradino le mani sulla pietra calda; il sole di marzo sprofonda verso l’estate.

Di notte

011

Se la notte ti sorprende vuol dire che stai invecchiando, non calcoli i tempi o forse doveva andare così, isolato nella campagna con il buio calato e il freddo a bloccare i movimenti. Ma non i pensieri, affascinati da questa luna catarifrangente che dice “ Fermati fermati” e tu ti fermi come se altro non avessi da fare tipo parlare con tizio e incontrare caio. “Fermati fermati” e tu ti fermi come se chissà quale spettacolo stesse per cominciare e per alzare il sipario aspettassero solo te. Oh per carità nessuno parla, nessuno recita parte alcuna, nemmeno nessuno si muove se non tu e le scarpe a fare crac degli arbusti già gelati. Crac e il rumore fa girare gli ulivi che sei tu l’estraneo qui ora lo sai e gli animali notturni (che giammai vedrai) a scrutarti dagli anfratti delle pietraie o gli incavi dei tronchi. Ma se è un invito non posso non accettare così siedo su un masso a guardare, ombra tra le ombre, la luna sopra il nespolo grande bianca piena.

Qualcosa sui fichi d’India

Ho sempre amato questa pianta. Per la sua stranezza, la resistenza e per il suo non dover dar conto a nessuno. Non chiede acqua, né cure, non profuma, nemmeno si può dire che è bella o ospitale ma io l’ho amata come amo tutto quello che si mostra in disparte, che non si fa notare.
Non so dove abitate ma non crescerà se siete al freddo, vuole il caldo, l’arsura, il sudore di chi la guarda.009

 

Da bambino mi infilavo tra le sue pale cercando di attraversarle senza ferirmi, era un labirinto terribile di meandri e di spine che ne ero convinto, mi avrebbero imprigionato e non ne sarei più uscito.024

 

Che poi ti arrampichi verso l’alto a vedere dove arriva e cosa c’è sopra, cosa oltre; lo fai mettendo le mani nei radi punti in cui non vi sono spine; è una recherche, ogni centimetro una conquista. Oggi sono arrivato fin qui, oltre non ho potuto e da lì si vedeva questo.010

 

Già le spine. Quelle sui frutti sono fragili, ti entrano nella pelle con poco danno ma quelle sulle pale no, sono spade e quanto entrano provi un dolore freddo di baionetta. Ah ma i frutti sono belli, quelli da cogliere sfumano dal verde al giallo arancio; io uso della carta da pane a mo’ di guanto (le spine ci scivolano sopra) con cui preso il fico d’India lo faccio ruotare; si stacca delicato, come forse avrebbe voluto.007

 

Il fico d’India si mangia fresco di temperatura, io qui lo mangio di mattina presto quando lo stomaco è vuoto e la sua bontà l’assapori tutta. Ha una polpa ruvida e tenace, è dolce, appagante; vi sembrerà di mangiare il migliore dei gelati. Per togliere la buccia tagliate le estremità, incidetela trasversalmente e divaricatela.
Guardate, da quando non vedevate qualcosa di così bello?041

 

Si potrebbe andare tutti al mio funerale

Me la ritrovai davanti all’incrocio aspettava il verde come me, una Mercedes nera delle pompe funebri tirata a lucido. Il conducente con la barbetta, nera anch’essa, teneva il braccio fuori il finestrino gli occhi riflessi nello specchietto parevano fissare l’esterno in un punto mai definito. Al verde partì lentamente io lo seguii.
Dove andrà con quell’aria così professionale, quasi compita, non aveva alcuna bara dietro; forse a recuperare una salma o al deposito. Eppure la cosa mi stonava e ora che aveva indossato il cappello ancora di più, pareva un funzionario diligente nel pieno delle sue mansioni. Al semaforo di viale Kennedy il suo sguardo nello specchietto incrociò il mio. “Fanno così gli autisti dell’autobus per dare un occhio ai passeggeri…” mi venne da pensare con un disagio crescente; per converso guardai nel mio: mi seguiva un furgone nero della stessa ditta, lo guidava uno dall’aria altrettanto compita. Allora realizzai: il funerale era il mio, ero io il morto ma convinto di essere vivo. Succede così a chi muore pensai, sospinto dall’abbrivio della vita di tutti i giorni non si accorge di essere morto, pensa di guidare mentre in realtà è guidato, non decide più nulla.
Misi la freccia tentando il sorpasso, nulla da fare la fila di auto procedeva a passo d’uomo: un funerale si, un funerale e i miei dov’erano, dove gli amici, dallo specchietto non riuscivo a scorgere nessuno nemmeno da quelli laterali.
Ma così all’improvviso cosa è potuto succedere, un malore, un incidente…
Nemmeno un saluto mi è stato concesso, due righe da scrivere, una parola, un ciao. Quante cose ancora da fare: pagare il bollo, comprare i semi, fare il regalo al piccolo per la pagella del primo quadrimestre; tutti nove con distinto in condotta. Rimpianti? No, desideri si.
Ora la strada era un lungo rettilineo, le nuvole come di cotone; mi aspettavo da un momento all’altro veder apparire una scala per salirci su.
Al km 28 all’altezza del bar il cameriere uscito per svuotare il cestino mi salutò, lo fece al solito modo chiamandomi per nome e non col segno della croce. La cosa mi risollevò; non ero morto, forse no.

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