ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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Tre muri a secco

029

Le cose succedono da uno sguardo. Così un pomeriggio non avendo altro da fare rimirando il pendio acclive sotto casa ne mi sono detto: le pietre le ho, potrei farci dei muri a secco terrazzati. Per quanto mi riguarda quando un’idea parte è difficile torni indietro; posso metterci giorni, settimane, mesi ma alla fine vede la luce. Può non essere codesta una virtù poiché dovrebbe essere il raziocinio a farci scegliere cosa è giusto e cosa no fare ma per me è diverso; quello che penso è stato già in qualche modo deciso a livello inconscio, non devo che realizzarlo. D’altra parte che uomo è chi non si cimenta in ciò che lo appassiona, che uomo è chi non prova a realizzare ciò che uno sguardo gli ha chiesto di realizzare? Naturalmente per come sono nessuno avrei voluto coinvolgere in tale follia e infatti nessuno ho coinvolto, troppo improbo il lavoro, lungo e dai risultati affatto assicurati.
Eh si i pomeriggi li uso così, a cimentarmi in ciò che mi fa sentire geometrico, propositivo; non che le mattine viva di sogni beninteso, sono però rigido, ligio al da farsi, morigerato; il pomeriggio no, mi piace sudare, realizzare quello che non c’era e fermarmi poi a guardarlo.
Il muro l’ho pensato a tre terrazzi in modo da stabilizzare il versante, limitarne la pendenza e avere modo di percorrerli singolarmente; uno scavo longitudinale profondo 40 cm ciascuno a mo’ di fondazione in cui posizionare i massi più grandi. Ho cominciato da quello a quota inferiore, una pietra dopo l’altra; è stato bello incastrarle, incatenarle a una logica che da sempre seguo: le cose hanno un senso, un modo di essere posate; se la vita è in mano al caos, se anche il nostro destino è in mano al caso, una cosa possiamo farla per dare un ordine all’ esistenza: incastrare le cose in modo giusto. Provarci almeno, di modo che esse stesse alla fine possano restare soddisfatte di come le abbiam messe.
Non è stato un lavoro facile, due ore quasi tutti i pomeriggi per non so quanti giorni. Mi è piaciuto il sudore; ho per il sudore una certa riconoscenza, è il segno che il corpo risponde a quello che gli chiedo, mi accompagna, mi è amico; se sudo sono vivo, posso fare, pensare, ridere, costruire su macerie. Credo che se potessi scegliermi la pena in un qualche Purgatorio dove spero di andare opterei per lo spostar massi da una parte all’ altra di una valle per costruire anche lì un muro a secco, una protezione dai venti, un riparo.
Li ho cominciati questi muri che era inverno, li ho finiti in primavera con la terra ancora brulla; ora con l’estate sono spuntati i papaveri a me a guardarli pare di aver dipinto un quadro.

Muri d'estate

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Sopra un muro scalcinato

013

Dovrò scrivere prima o poi qualcosa su come ci cambia il tempo e come cambiano le cose intorno a noi; ci pensavo stamattina passando davanti a un vecchio muro scalcinato.
– Ehi – gli ho detto – mi hai visto crescere, forse nascere, quante volte mia madre col pancione ti sarà passata davanti. Ricordi com’ero? Ricordi la mia voce, il rumore dei passi curiosi come gli occhi?
Eri troppo alto per me, ti scalavo per guardare oltre verso il mondo degli alberi alti e scuri, verso la foresta profonda in cui nessun bambino si era mai addentrato. Da piccolo ti percorrevo a caccia di lucertole, da ragazzo col fucile in spalla a caccia di tordi.
– Sono cambiato? Che impressione ti faccio ora?
Ah il tempo passa, la vita ci crolla addosso e lascia cicatrici mirabili eppure ho tanta forza ancora, un cuore che batte e gli stessi occhi di allora.
Qui un nocciolo, qui un sentiero che ora non c’è più, come il nocciolo del resto. Il grande gelso rosso invece c’è ancora, quello su cui salivo a fare scorpacciate; scendevo straziato di rosso.
– Sono ferito, sono ferito! – gridavo spacciandomi per un soldato alla guerra, poi stramazzavo trattenendo il fiato.
Chissà se invecchiano anche i muri, come trascorrono i loro anni prima che il sole o l’umido li debiliti fino a farli crollare.
Così l’ho percorso con la mano, la sua pietra calda mi ha dato un senso di quiete, di pace sopraggiunta; mi è venuto da  pensare a questa vita come è fatta, a come ci cambia il tempo eppure ci lascia così uguali. Poi sono andato via che il cane mi aspettava.

I fianchi delle donne

NUDO

Dei fianchi delle donne mi piace l’ampiezza, la forma di tronco cavo rifugio di ghiri l’inverno e cuccioli di volpe in primavera. I fianchi delle donne sono zattere, relitti galleggianti dopo un naufragio, arpe celtiche, aquiloni. Sono tamburi che risuonano nel buio della notte.

Afternoon

010

I pomeriggi che passo nella casa sul mare hanno un che di meditativo; il sole che cala mi trova esposto agli appuntamenti con me stesso, con quello che sono diventato; un uomo dalle mani rugose, il carattere pure, corazzato all’apparenza, un cuore che batte.
Saranno stati i giocattoli a farmi diventare così; i sonagli dei primi mesi, le biglie, i carri armati a batteria. Lavavo i soldatini; li mettevo sul davanzale ad asciugare che i vicini dicevano a mia madre. “Ma com’è che tuo figlio lava i giocattoli?” Lei allargava le braccia:“E’ fatto così.”
Mi piaceva lavare i giocattoli e il senso di decoro che ne traevo; ne ero certo, un giocattolo pulito si sarebbe sentito più amato.
O le canzoni, forse mi hanno costruito le canzoni; mentre ascoltavo The dark side of the moon mi immaginavo sulla luna a esplorarla; mi è sempre piaciuto guardare dall’altra parte, dove è buio, dove nessuno guarda.
Davanti ho il mare, lungo l’orizzonte un’isola; lì ci sono stato d’inverno quando il mare arrivava sulle case e le onde alle finestre. il ristorante era in piazza, devo averci le foto da qualche parte; di notte da qui si vede il faro.
Sono seduto sul gradino le mani sulla pietra calda; il sole di marzo sprofonda verso l’estate.

Di notte

011

Se la notte ti sorprende vuol dire che stai invecchiando, non calcoli i tempi o forse doveva andare così, isolato nella campagna con il buio calato e il freddo a bloccare i movimenti. Ma non i pensieri, affascinati da questa luna catarifrangente che dice “ Fermati fermati” e tu ti fermi come se altro non avessi da fare tipo parlare con tizio e incontrare caio. “Fermati fermati” e tu ti fermi come se chissà quale spettacolo stesse per cominciare e per alzare il sipario aspettassero solo te. Oh per carità nessuno parla, nessuno recita parte alcuna, nemmeno nessuno si muove se non tu e le scarpe a fare crac degli arbusti già gelati. Crac e il rumore fa girare gli ulivi che sei tu l’estraneo qui ora lo sai e gli animali notturni (che giammai vedrai) a scrutarti dagli anfratti delle pietraie o gli incavi dei tronchi. Ma se è un invito non posso non accettare così siedo su un masso a guardare, ombra tra le ombre, la luna sopra il nespolo grande bianca piena.

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