ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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Si potrebbe andare tutti al mio funerale

Me la ritrovai davanti all’incrocio aspettava il verde come me, una Mercedes nera delle pompe funebri tirata a lucido. Il conducente con la barbetta, nera anch’essa, teneva il braccio fuori il finestrino gli occhi riflessi nello specchietto parevano fissare l’esterno in un punto mai definito. Al verde partì lentamente io lo seguii.
Dove andrà con quell’aria così professionale, quasi compita, non aveva alcuna bara dietro; forse a recuperare una salma o al deposito. Eppure la cosa mi stonava e ora che aveva indossato il cappello ancora di più, pareva un funzionario diligente nel pieno delle sue mansioni. Al semaforo di viale Kennedy il suo sguardo nello specchietto incrociò il mio. “Fanno così gli autisti dell’autobus per dare un occhio ai passeggeri…” mi venne da pensare con un disagio crescente; per converso guardai nel mio: mi seguiva un furgone nero della stessa ditta, lo guidava uno dall’aria altrettanto compita. Allora realizzai: il funerale era il mio, ero io il morto ma convinto di essere vivo. Succede così a chi muore pensai, sospinto dall’abbrivio della vita di tutti i giorni non si accorge di essere morto, pensa di guidare mentre in realtà è guidato, non decide più nulla.
Misi la freccia tentando il sorpasso, nulla da fare la fila di auto procedeva a passo d’uomo: un funerale si, un funerale e i miei dov’erano, dove gli amici, dallo specchietto non riuscivo a scorgere nessuno nemmeno da quelli laterali.
Ma così all’improvviso cosa è potuto succedere, un malore, un incidente…
Nemmeno un saluto mi è stato concesso, due righe da scrivere, una parola, un ciao. Quante cose ancora da fare: pagare il bollo, comprare i semi, fare il regalo al piccolo per la pagella del primo quadrimestre; tutti nove con distinto in condotta. Rimpianti? No, desideri si.
Ora la strada era un lungo rettilineo, le nuvole come di cotone; mi aspettavo da un momento all’altro veder apparire una scala per salirci su.
Al km 28 all’altezza del bar il cameriere uscito per svuotare il cestino mi salutò, lo fece al solito modo chiamandomi per nome e non col segno della croce. La cosa mi risollevò; non ero morto, forse no.

Core ‘ngrato

L’attimo in cui un amore finisce è memorabile,  deve essere di quelli che spaccano la terra  fino al centro e ci puoi guardare dentro per quanto è larga la fessura. Così, un po’ per la canzone che sto ascoltando, un po’ perché parlarne  ci fa in qualche modo resistenti (stavo per dire immuni ma non si può uscire immuni  da un abbandono) mi piace pensare  a questi momenti  in cui l’aria ancora si muove per le parole dette, le ultime prima della fine. Cadono i veli, le finzioni, cadono fin’ anche i silenzi, tutto si manifesta; a teatro sarebbe la scena madre o in un poliziesco quella in cui si svela il colpevole, se un colpevole ci potrà mai essere in un addio. E la gratitudine, la gratitudine potrà mai esserci in un addio? No, come non c’è in nell’amore; in affari o nell’amicizia forse, in amore no perché non c’è la ragione che media, non la valutazione  dei fatti e delle occasioni; la corda qui si recide netta lanciando nel baratro almeno uno dei due.
“Core ‘ngrato” è una canzone napoletana notissima scritta nel 1911 da Alessandro Sisca. Ho scelto una versione di Lina  Sastri; mi piace  il suo modo piano di interpretarla, senza enfasi; mi piacciono i violini e come lei canta il ritornello, quel  “Core” invocato è un richiamo ultimo e disperato, una voce nella valle che attende l’eco. Vorrebbe che qualcuno la sentisse e rispondesse; ma nessuno risponde.

Core ‘ngrato.

« Caterina! Caterina!
Perché mi dici queste parole amare?
Perché mi parli e il cuore
mi tormenti, Caterina?
Non dimenticare che ti ho dato il cuore, Caterina
Non dimenticartelo.

Caterina, Caterina che cosa vogliono dire
questi discorsi che mi danno gli spasimi?
Tu non ci pensi a questo cuore mio
Tu non ci pensi, tu non te ne curi.

Cuore, cuore ingrato
Ti sei preso la mia vita
Tutto è passato
e non ci pensi più

E il confessore che è persona santa
Mi ha detto: Figlio mio, lasciala stare, lasciala stare.

Cuore, cuore ingrato
Ti sei preso la mia vita
Tutto è passato
e non ci pensi più. »

Io alla guerra

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Una vecchia sedia di legno tra i massi calcarei all’ombra di un pino, tra le mani una copia di “Sturmtruppen”; questo pomeriggio d’agosto mi riposo su un versante di una collina, il mare azzurro sotto, alla stessa quota dei gabbiani.
Poco più in basso i ragazzi giocano con gli amichetti, le loro grida scoppiettano; le voci delle donne sedute al tavolo diventano cantilena, il sottofondo al mio dormiveglia.
Siamo armati dell’essenziale, dobbiamo riconquistare una collina da cui si domina la strada, è una zona che conosco come le mie tasche. Durante la notte la risaliamo il versante opposto, il nemico lo prendiamo alle spalle; arriviamo prima dell’alba, piazziamo le mitragliatrici e ci disponiamo a ventaglio, a un cenno attacchiamo. I tedeschi paiono spaesati, la posizione dall’alto ci favorisce; neutralizziamo due postazioni e un deposito di armi, si ritirano dietro due case coloniche per organizzarsi. Non sono ancora le otto che cominciano a bersagliarci con i mortai; rispondiamo con le bombe a mano ma subiamo delle perdite. Decidiamo di creare un diversivo per tentare un aggiramento ai fianchi; io resterò lì a tenerli impegnati. Mi preparo un alloggiamento dietro una sedia di legno all’ombra di un pino e aspetto. Cominciano a salire; prendo la mira e sparo, ne colpisco sette; sono in una posizione favorevole e riesco a tenerli a bada. Ne prendo altri due poi vedo che spostano la mitragliatrice pesante e vado via; sono veloce, lo sono sempre stato, così mi inerpico per la pietraia e mi infilo nella macchia. Scompaio mentre dietro di me i proiettili da 8 mm frantumano tutto quello che incontrano. Poi sento gli spari dei miei, ce l’hanno fatta, li hanno presi ai fianchi; voglio raggiungerli, lascio la macchia e attraverso la radura.
Non so dire se la pattuglia nemica mi aspettasse, solo li vedo alzare i fucili e prendere la mira; gli sparo contro i colpi che mi rimangono.
“Colpitemi al petto, colpitemi al petto…” mi viene da dirgli e mi accontentano. Tre colpi in pieno petto, un fiotto dal cuore; qualche passo poi cado e mi accartoccio come una pergamena.
Mi vengono in mente in una frazione di tempo le cose fatte e quelle ancora da fare, che non farò più. Un’ape mi si posa sul naso.
E’ finita quando la voce di un bimbo mi desta dal torpore degli ultimi istanti: “Un aereo, un aereo!”
“L’aviazione ci attacca..” farfuglio “…devo salvare i ragazzi”.
Apro gli occhi, l’aereo vola basso e ha uno striscione sulla coda: CASEIFICIO IL CASOLARE. MOZZARELLA FRESCA TUTTI I GIORNI.”

Lontano lontano

Quanto è ampio il raggio d’azione di un amore, fino a quale distanza fa sentire i suoi effetti? Nessuno lo sa. Se per un giavellotto o per un disco possiamo ipotizzare la distanza massima a cui può portarli un lancio per un rapporto sentimentale no; evidentemente l’energie che l’amore sprigiona hanno poco di fisico o muscolare, difatti nessun allenamento ne migliora la prestazione. A dispetto delle leggi della fisica e delle regole che governano il moto dei corpi due persone possono amarsi anche stando agli antipodi, si tratta di una comunicazione a così grande distanza che non richiede energia alcuna.
Non si sa ancora (né lo scoprirò io), quale flusso riesca a collegare due entità fisiche così distanti, un flusso che sia misurabile intendo. Deve trattarsi di qualcosa di portentoso e di veloce, forse più della luce; e poi senza alcun tramite visto che non ha bisogno né di un computer di origine né di un server né tantomeno di un modem.
Potreste dire: “Ma è semplice, due innamorati comunicano col pensiero…” . E’ vero, ma se non ci fosse l’amore tali pensieri non arriverebbero sempre a destinazione o ci arriverebbero rifratti e invece ognuno di essi arriva nel punto esatto dove deve arrivare. Incredibile no?
A me però quello che interessa non è tanto il filo invisibile che unisce due corpi, quanto i due nodi che si formano alla sua estremità. Nodi stretti attorno a qualche organo (non necessariamente il cuore; può essere uno dito, una spalla, un collo) che io vedo come un sigillo, un qualcosa che racchiude qualcos’altro che può essere solo di quei due e di nessun altro; punti di sutura di una ferita identica in entrambi i corpi. E’ la famigerata “ corrispondenza d’amorosi sensi”, quello stato di grazia che fa si che tutto quello che ci succede passa automaticamente all’altro contento a sua volta di riceverlo.
Te voglio…te penzo…te chiammo
Te veco… te sento… te sonno

Canta Sal da Vinci nella celeberrima “Passione” (Libero Bovio, 1934). Anche qui la lontananza se da un lato è fiamma che consuma dall’altro diviene consapevolezza estrema della propria forza e dell’importanza dell’altro. Ascoltatela.

http://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=uTv-26u57kQ

Nodi allora; terminali formidabili di corrispondenze altrettanto formidabili. Con nodi di questo genere la lontananza diventa uno stato fisico poco o nulla importante. Intendiamoci, non che il fuoco del desiderio non divampi ma paradossalmente la distanza diviene prova affascinante da superare anzi pare arricchire di più il rapporto come se in questo frattempo le cose che si scoprono dell’altro siano tali e tante che diverrà bello dirgliele al ritorno.
Per conto mio ritengo la distanza più che una limitazione l’opportunità di “godere” meglio dell’altro. Non so quale poeta, forse io, scrisse un giorno a tal proposito:
“La tua assenza è un fazzoletto che ha all’angolo un nodo,
la tua assenza è un crogiolo dove fondo metalli bellissimi”.

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