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Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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Camposanto

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E’ un camposanto piccolo quello del mio paesello con le mura screpolate; ha anche un sacrario garibaldino e un altro dedicato ai morti della Grande Guerra con i proiettili di cannone ai quattro angoli della lapide; quando ci venivo da bambino ne toccavo la punta di ferro. Mi piaceva poi aggirarmi tra le tombe alla ricerca di quella più vecchia (chissà perché la più vecchia) che poi è ancora lì dietro la cappella, è del 1822;  non perché prima di quella data nel mio paesello non si morisse ma più probabilmente il cimitero era altrove in un posto che non so. E poi mi piaceva soffermarvi sulle tombe dei bambini e mi chiedevo (anche adesso lo faccio) perché uno che ha tre mesi deve morire, che male ha fatto; e uguale per le ragazze appena sposate (ce n’è una morta sei mesi dopo il matrimonio e un’altra di parto). Andare al camposanto  durante l’anno mi mette tristezza ma non in questi giorni che è pieno di gente e fiori colorati. Un capannello qui, uno là, chi prega su una croce, qualcuno piange. Però i bambini si divertono (tienili fermi se ci riesci) a rincorrersi nei viali e a nascondersi dietro ai cipressi. Anche i morti si divertono  che gli piace stare in compagnia  e a me che sto di sopra pare di vederli là sotto aggiustarsi  la cravatta, sistemarsi la gonna o darsi una lucidata alle scarpe. Pure le loro facce  digrignate fissate in eterno dalle fotografie paiono distendersi e alcune, vi giuro l’ho visto io, accennare un sorriso; mi piace pensare che anche la sposa giovane e quella morta di parto lo abbiano fatto. Se sali le scale in fondo a un corridoio trovi la tomba di mio nonno; gli assomiglio sempre di più.

La potatura della vite a Guyot

Ora che le foglie sono appese a un filo è il momento di potare la vite. Ora e non prima se non vogliamo vedere la linfa sgorgare dal taglio che per fermarla dobbiamo spalmarlo di resina. Ora, perché la pianta si raggomitola in attesa dell’inverno e qualunque cosa le facciamo non arrecheremo danno, anzi ci sembrerà di operare su un legno secco.
Mi chiedo talvolta se esista una cosa (di quelle che ci interessano) che possiamo lasciar libera, senza vincolo o intervento alcuno e aspettarci da essa delle gratificazioni. Ebbene non credo ci sia se non in maniera sporadica; credo anzi che nessuna gratificazione possiamo aspettarci se non la meritiamo, se in qualche modo non ne diventiamo partecipi. Alcuni la chiamano cura, altri possessività; credo invece sia questione di pressione esercitata; la stessa che eserciterò oggi sulle forbici da pota.

Il vigneto degrada verso sud con una lieve pendenza e affaccia sul mare. In realtà non gli è vicinissimo ma camminando puoi arrivare a riva, fare un tuffo e tornare qui con il costume ancora bagnato; d’estate arrivano fin qui gli echi dei bagnanti, a novembre a ricordarlo non c’è che quel bordo più scuro che vedete laggiù prima che cominci il cielo.

Quest’anno poterò la vite a Guyot; salverò due soli tralci eliminando gli altri. E’ una tecnica sufficientemente semplice ma come spesso accade a confidare troppo nelle parole succede che le cose le ingarbugli così mi aiuterò con qualche immagine.

Quello che vedete è un vitigno Malvasia bianca di tre anni. Dobbiamo mettere ordine in questi tralci, dargli un senso che non sia solo quello della libera crescita che se così fosse di uva non ne raccoglieremmo un grappolo che tutte le energie la pianta le spenderebbe per nutrire i cinque e passa tralci. Dovremo individuare quindi una viabilità orizzontale, magari parallela al primo filo, che consenta ai due tralci prescelti di crescere senza invadere il filare.

Eccoli i tralci che ci interessano, li indico col dito, tutto il resto possiamo eliminarlo. I tagli dovranno sempre essere netti e puliti e fatti su legno max di due anni. Ciò faciliterà la chiusura delle “ferite”. Tagli su legno più vecchio faranno fatica a cicatrizzare.

Ne resteranno due perfettamente allineati lungo il filo. Il tralcio che corre verso sinistra dovrà essere tagliato all’altezza di 5 gemme e sarà il nostro “capo a frutto” cioè quello che darà i grappoli. Quello di destra è il cosiddetto “sperone “ e lo taglieremo corto a due gemme. Il prossimo anno da una sua gemma trarremo il nuovo “ capo a frutto” dall’altra il nuovo sperone. Una curiosità: lo sperone dalle mie parti si chiama anche “risico” cioè rischio; lo utilizzeremo se un qualche accidente rendesse inservibile il “capo a frutto”

Semplice, complicato? Facciamo un altro esempio.
Questo vitigno è un moscato bianco. Anche qui dovremo individuare un “capo a frutto” e uno “sperone. Vediamo un po’, quali scegliereste?

Io ho scelto quelli indicati, a me paiono vigorosi e sufficientemente allineati.

Elimino tutti gli altri sempre con tagli netti; lascio anche qui un tralcio verso sinistra che darà l’uva e uno sperone a destra. Non resterà che piegare il capo a frutto e legarlo lungo il filo metallico. Fate attenzione, se il tralcio è ancora verde è facile che si spezzi. Siate delicati, curvatelo piano; è una questione di pressione lo sapete, e qui ci vuole poco più di una carezza.

A potare ho cominciato da una settimana; sette, otto viti al giorno, nei pomeriggi coi rimasugli di sole. Quando avrò finito il vigneto sarà un cimitero disadorno, ma vedrete cosa succederà ad aprile. Non crederete ai vostri occhi.

L’ultimo zolfo

E’ luglio e per la vigna quello che è fatto è fatto. Mi aggiro tra i filari ed è come superare un valico; comincia la discesa verso la vendemmia. La vite è rigogliosa; ha foglie potenti, grappoli dagli acini già grandi, lunghi tralci aggrovigliati ai fili. Luglio è il mese in cui le viti da adolescenti diventano adulte; smettono di crescere, le foglie si fanno dure e le nervature acquistano spessore; ora così allineate sembrano musicanti di una banda schierata per la parata.
Ma non tutto è concluso, c’è da dare l’ultimo zolfo che se la peronospora è sconfitta l’oidio non ancora e se arriva fa esplodere i grappoli con gli acini che si spaccano come soldati feriti in guerra.
Contro l’oidio si usa lo zolfo. Mi piace quello in polvere, mi piace vedere la sua nuvola uscire dal mantice, farsi strada nell’aria e coprire foglie e grappoli.
Ho un mantice di chissà quanti anni, nemmeno so più a chi appartenesse; so che quando lo uso sento sull’impugnatura tutte le mani di quelli che mi hanno preceduto. Mi fa quest’effetto.

Riempio il piccolo serbatoio, avvito il tappo e comincio. Lo dico per voi che leggete e vorrete fare altrettanto; la polvere di zolfo è caustica, non irrorate mai controvento, indossate occhiali che garantiscono una buona tenuta e attenzione al sudore che scende dalla fronte. Intriso com’è di vapori di zolfo è una bomba a orologeria diretta verso i vostri occhi; ne scaturiranno lacrime di fuoco e tutti i diavoli dell’inferno sembreranno ballare attorno a voi. Lo faranno per una buona mezz’ora.
Ecco la nuvola, si protende nell’aria come una lingua magica.

Pfff… Raggiunge la vite, precipita lungo le foglie, imbianca i grappoli, li copre con un velo, li protegge.

E’ l’ultimo trattamento prima della vendemmia; tra un po’ i grappoli prenderanno colore, diverranno dorati o rosso rubino. Saremo a settembre e la vigna sarà un tripudio di odori, colori e fragranze zuccherine; vorrà festeggiare anche lei il mio cinquantunesimo compleanno.

La vite e il primo verderame

“La vite ti dà tempo…”  mi disse un vecchio  ed è vero, la vite non mette fretta e   lascia il tempo utile perché i ci si possa occupare di lei con calma; così per un pò  me la sono goduta  mentre  i germogli  crescevano e l’ adornavano come una Medusa.
Per un po’, che la primavera  favorisce lo sviluppo di due patogeni per la vite tra i più pericolosi : la peronospora e l’oidio. La  prima la riconoscete da una macchia biancastra che compare sulla parte superiore della foglia (la “macchia d’olio”) mentre sulla parte inferiore si forma una muffa biancastra; la peronospora è un fungo che attacca  le parti verdi della pianta e porta all’avvizzimento del grappolo quando non alla morte della vite.
L’oidio invece da origine a una muffa che ricopre la pianta come una lanugine; quando raggiunge i grappoli provoca la marcescenza degli acini e la perdita del raccolto.
Malattie importanti  che io combatto con un trattamento a base di ossicloruro di rame e zolfo bagnabile ( uso formulati coprenti e non sistemici).
E qui comincia l’avventura… Perché il trattamente va ripetuto almeno una volta a settimana e poiché le malattie si sviluppano più velocemente in presenza di umidità dopo ogni pioggia occorre entrare nella vigna e rifarlo. Una Via Crucis che mette alla prova le fedi più forti; a me che di fede ne ho poca mette alla prova soprattutto i nervi.
Ma io lo so, e lo sapete anche voi, le cose conquistate con fatica hanno  miglior sapore di quelle facili; con questa constatazione, o forse con questa speranza, cominciamo…

Sciolgo lo zolfo e il rame nell’acqua (circa 40 grammi ogni 10 litri) agito per bene, verso nell’irroratore e lo isso in spalla; isso è la parola esatta perché quando è pieno pesa quasi 20 kg. Suggerisco di verificarne prima il corretto funzionamento perché toglierselo dalle spalle mentre si è tra i filari suscita considerazioni non sempre ripetibili; raccomando inoltre di controllare lo stato dell’ugello, il prodotto deve uscire micronizzato e senza fare gocce. Non irrorate quando c’è vento e soprattutto mai controvento: lo zolfo quando finisce negli occhi provoca effetti deprecabili.

Passo tra i filari che sembro un papà che fa la doccia ai figli: – “Alza i piedi! Girati! Solleva le braccia!” Irroro le piante senza lasciare nulla di scoperto Pfff… pffff…Sopra, sotto, dietro, davanti; cammino accompagnato da una nuvola verde. Pfff… pfff… pfff…. I maggiolini prendono il volo, i ragni ripiegano, le lucertole si rintanano pfff…pfff…pfff….

Alla fine quando questo strano uomo bardato lascia la vigna ha verderame sulle unghie, sulle mani, sui peli delle braccia, le spalle gli dolgono.
Ma quel che conta è che la vite sarà protetta da qui a una settimana o fino alla prossima pioggia dopo la quale tornerà ancora qui nei ritagli di pomeriggio e sono le ore migliori della sua giornata.

Intanto i grappoli prendono forma e consistenza, quest’anno ne prevedo non in grande quantità ma di buona qualità. Guardate questo come fa capolino tra le foglie a bersi il sole di questa tarda primavera che già vira verso l’estate.

La potatura della vite

Quello della potatura è il periodo che più mi piace anche se a guardarla la vigna  è un deserto di silenzio. Non più  foglie rigogliose,  grappoli potenti,  farfalle e vespe in cerca di acini succosi; ora  i tralci sono spogli, si cammina sulle foglie secche; crepitano sotto le scarpe come  mortaretti  di bambini. E’ il solo rumore che si sente. 

                

La potatura mi piace  perché  mette ordine nelle cose, nulla resiste senza regole o  senza un filo che le leghi;  mette ordine nei miei pensieri  e li stende su un filo, in modo che io li possa guardare uno per uno. Potare la vite è  più di un’operazione di taglio, è un costruire il futuro, scommetterci sopra, è provare a dare un ordine metafisico alla vita. Una vigna è  una classe di alunni e potarla è  cercare di dargli una preparazione  che li faccia crescere bene perché la vite, pianta rampicante per eccellenza, se la lasci libera arriverebbe sulle nuvole che  poi a vendemmiare ci vorrebbe una scala  lunghisssima.

Due sono i sistemi di potatura che mi hanno appassionato. Il primo è il classico Guyot.

Qui si eliminano tutti i tralci dell’anno tranne uno che viene  coricato sul filo e  fissato con un legaccio. Sul tralcio prescelto, chiamato “capo a frutto” spunteranno in primavera  i nuovi tralci che daranno origine ai grappoli dell’anno prossimo. Non mancheremo di lasciare, sul lato opposto, uno sperone di tre o quattro gemme che sarà l’origine del capo a frutto del prossimo anno. E’ una potatura  laboriosa in quanto c’è bisogno di legare i singoli tralci con spago o strame ed è quella più usata da queste parti.

Ecco  una vite prima della potatura con il sistema Guyot.

Ed eccola dopo.

L’altro sistema è il “ cordone speronato”. In questo caso lasceremo crescere una branca orizzontale sulla quale individueremo gli speroni le cui gemme produrranno La potatura annuale consisterà nel rinnovare questi speroni. Nel corso degli anni si otterrà  un tralcio orizzontale forte, nodoso,  robusto come un tronco, portatore instancabile di grappoli. Per la sua geometria perfetta e visionaria assieme è’ il tipo di potatura che preferisco; l’ho vista  l’estate scorsa in Toscanae e quest’anno la adotto per la prima volta, speriamo bene.                      

Anche qui il “prima”.

E il “dopo”.

 

Prima di tagliarla ogni vite va guardata bene. Bisogna scegliere il tralcio giusto e  tagliarlo bene per non provocare danni.

Delle volte sembriamo interagire la vite e io, con lei che mi dice dove tagliare e io che l’ascolto e le dico la mia. Mi pare di ritornare ai tempi dell’ università quando  a poche ore dall’esame mi fermavo nel prato dell’ateneo a  ripetere a bassa voce la materia d’esame. Le aiuole di bosso parevano ascoltarmi e qualche volta dirmi la loro.

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