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Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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La vite ad agosto

E’ tutto fatto, il rito terminato; la vigna non ha più bisogno di me, va da sola verso la vendemmia. Quattro mesi di corse affannose, di zolfo e verderame dopo ogni pioggia, dopo agni aria umida finiscono qui; gli acini sono grandi grandi e robusti ora.
Passo tra i filari a dare ai grappoli aria e luce, tolgo le foglie laterali perché entri meglio il sole, lascio quelle sommitali a ripararli dalla grandine, l’unico nemico rimasto. Stanno per cambiare colore dal verde acerbo al dorato, stanno per aumentare gli zuccheri, scenderà l’acidità, salirà il pH, sarà il tempo della vendemmia. E’ vero si tratta di un ciclo naturale ma a me pare ogni volta un prodigio a cui non so per quale fortuna mi viene concesso di assistere.
I passi alzano polvere, poca erba è rimasta in vita; il sole del pomeriggio si intrufola tra le foglie, un caleidoscopio di colori in cui c’è il mio passato e il mio futuro. Faccio strade, mi muovo a cento all’ora, parlo con questo con quell’altro, ma alla fine semore qui torno; da questa grande madre che è la mia terra polverosa; qui mi ritrovo, qui misuro me stesso. E’ che sono un tipo che non piange mai se no una lacrima di commozione ora mi uscirebbe, magari direi che è sudore.
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Una grandinata

Alle sette e mezzo ero nel parco dell’albergo, l’ho vista cadere da lì; inaspettata perché nessuna previsione meteo l’aveva annunciata e perché a mezzo giugno qui tutto si aspetta fuorché una grandine come questa. Era una grandine straordinaria con i chicchi grossi e frastagliati che quando toccavano l’erba gentile del prato la lo disfacevano; quelli che invece impattavano sul pavé rimbalzavano con un’ energia che a me pareva ai limiti della spavalderia.
Non c’erano speranze per la mia vigna no, nulla che io potessi fare, solo speravo durasse poco per limitare i danni; durò invece venti minuti al termine dei quali già sapevo cosa avrei visto il pomeriggio quando sarei salito su. Questo senso di impotenza se da un lato mi tormentava dall’altro dava corpo a quel certo mio fatalismo secondo cui se hai fatto tutto per salvare una cosa non c’è altro che tu possa fare per essa; ma questo era un pensare utile a rasserenarmi perché in realtà se fossi stato lì avrei percorso i filari come un forsennato per riparare con le braccia ora una vite ora un’altra.
Il pomeriggio vidi la vigna letteralmente esplosa; le foglie maciullate, i tralci feriti, i giovani grappoli devastati; gli acini colpiti dalla grandine già marcivano assumendo un colore rossastro che non avevo mai visto. Uno spettacolo per chi giorno dopo giorno ne ammirava la floridezza e il rigoglio, spettrale.

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Non tutto si può salvare no, per quanti sforzi facciamo non governiamo nulla di quello che ci pare bellamente di governare, né il presente, né noi stessi, né i nostri affetti.
Però se c’è una cosa di cui vado fiero (non ce ne sono tante altre) è la voglia di rianimare ciò che che un anelito di vita ancora ce l’ha; d’altra parte non ha altro senso la vita se non si resiste, se non si costruisce sulle macerie. Così ho preso l’impegno di salvare quello che ancora respirava, cioè gli acini non colpiti dalla grandine ma a rischio marcescenza per il contatto con quelli colpiti. Verderame ogni tre giorni per disinfettare i tralci feriti, le foglie e la parte ancora sana dei grappoli. Irroravo la mattina presto o la sera dopo il lavoro, inoltre per facilitare la circolazione d’aria ho falciato l’erba che circondava le viti; “ …forse la vita non è stata tutta persa, forse qualcosa si è salvato” cantava quel tale.
Questo a un mese dall’ evento è l’aspetto dei grappoli.

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Gli acini colpiti dalla grandine si sono seccati, quelli rimasti stanno assumendo il colore dorato dell’invaiatura. Guardateli, non sono belli?

Il primo zolfo alle viti

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La vigna fino ai primi di aprile è un buen retiro, ottima per passeggiarci in mezzo, godersela come un pensatoio e scriverci poesie.
Ad aprile però spuntano i tralci e tutto cambia, come un figlio che finalmente ci nasce e noi non abbiamo più tempo di pensare a quello è stato o che sarà perché semplicemente è.
Ad aprile in campagna comincia la parte animata di me, quella del via vai, del prendere e spostare, del pensare e fare subito dopo e comincia col dare lo zolfo alle viti. La sapete la regola delle tre 10; quando i giovani tralci raggiungono la lunghezza di 10 cm, quando sono da poco caduti 10 mm di pioggia e la temperatura supera i 10 °C bisogna dare il primo zolfo. Il nemico è l’oidio, un fungo che si manifesta a luglio ma che sverna nei germogli e con l’umido e i primi caldi viene fuori. I danni che provoca sono importanti e se non provoca la morte della vite ne riduce di gran lunga la produzione e la prostra all’inverosimile.
Lo do di mattina lo zolfo, quello in polvere che metto nel soffietto; di mattina che le foglie ancora le bagna la rugiada e lo zolfo vi si attacca, di mattina che non c’è vento e la polvere fa una nuvola ferma e io ci passo attraverso. Poufff pouff fa il mantice mentre lavora, 11 filari così. Quando finisco i diavoli dell’inferno hanno addosso meno zolfo di me; ad abbracciarvi ora sai che spettacolo.

Tagli

Il prato è tutto fiorito, qui da noi l’inverno non fa in tempo ad arrivare che viene risucchiato dagli anticicloni. Le viti, sballottate dai venti di novembre sono un intrico di tralci secchi; quasi secchi, all’interno la linfa scorre il tanto che basta a mantenerle in vita.

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Non possiamo lasciare le cose in balia di se stesse né della propria libertà. Dobbiamo regimentarle in qualche modo, darle un’impronta, alleggerirle dai fronzoli, denudarle. Ridurre le cose all’essenziale è il modo migliore per conservarle e magari farle crescere; scarnificarle è arrivare al centro esatto della loro funzione, è vedersi rivelata tutta intera la loro importanza. Sarà perché la ridondanza mi stanca, così il superfluo, mi stancano gli spazi pieni; vivrei benissimo in una casa con un letto, una dispensa, tavolo e sedie; nemmeno un armadio con gli scheletri tra i maglioni. O forse sono io che non so mediare, dovrei imparare meglio a gestire i volumi pieni e gli orpelli, fare un pacco grande di ogni cosa invece di conservare i noccioli; è che mi piace averti come seme da portare dietro, che un seme si conserva in tasca e si può piantare ovunque si sia.
La vite va guardata prima di procedere, potrei dire che va meditata, va individuata la direttrice lungo la quale operare, identificati i tralci utili e quelli che invece devono essere eliminati. Tagli regolari mi raccomando, e puliti; lasciate 5 gemme sul capo a frutto, stendetelo sul filo e legatelo; solo due gemme sullo sperone che sarà il capo a frutto dell’anno prossimo.
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Il tralcio tagliato potete usarlo per piantare una nuova vite; infilatelo nel terreno e irrigatelo quanto serve, dalle gemme interrate nasceranno radici, da quelle fuori terra già ad aprile i nuovi germogli. Tra due anni, da un pezzo di legno piantato in terra, nudo e senza fronzoli, avrete la prima uva.

Una vendemmia

Un occhio alle previsioni meteo l’altro al rifrattometro; le prime annunciavano pioggia per la settimana entrante, il secondo mi dava un tenore in zuccheri pressoché ottimale. Non era il caso di aspettare si doveva vendemmiare, così ieri sera ho preparato tutto, stamattina sveglia all’alba sono andato.
La vigna di mattina presto sembra un lago ghiacciato; è cristallizzata e la vorresti vedere sempre così, con le foglie ferme e i grappoli pesanti e scuri a puntare verso il basso; camminare oggi tra i filari è come rivisitare un luogo caro prima di partire, perché cos’è la vendemmia se non una partenza, cosa se non il compimento di un ciclo, faticoso ma che in questi mesi ha occupato la mia mente e mi ha fatto compagnia. Piove non piove, zolfo, verderame, concimare, fresare, i tralci da legare; guardare.
Guardare si perché pure gli occhi nutrono le cose che guardiamo; le fanno sentire amate, in qualche modo degne di noi e noi di loro. Non so chi fu a dire che in Natura esiste già tutto, bisogna solo farlo emergere; può essere, certo è che tanta è la fatica per riuscirci, tanti i fallimenti. E allora se pure è vero che un uomo vale per quello che fa (è l’atto in sè che conta) ancora più soddisfatto dovrebbe essere quando lo fa bene e si accorge ad esempio di non avere sbagliato come l’altro anno quando saltò più di un trattamento e perse metà del raccolto.
Il sole sale e fa brillare la rugiada, ora la vigna risplende e i grappoli prendono colore. Guardateli col sole, lasciatevi affascinare dalla loro bellezza sensuale, dal loro turgore lucido; un grappolo è fuoco domato, sole liquido, spirito, voluttà, ebbrezza pura.

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Preparo i tini e la pigiatrice in attesa dei rinforzi; già i rinforzi, nessuna vendemmia dovrebbe essere fatta in solitudine; vendemmiare è condividere, dare un senso partecipato a questo mistero che è la vita; alla fine è un renderle omaggio.
Tutto sta per accadere, tra un po’ i “clac” delle forbici, cesura di una stagione, si mischieranno alle risate e alle grida dei ragazzi; ma ora sono qui da solo e mi piace, a passeggiare tra i filari. Le foglie che si muovono al vento mi pare facciano una danza.

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