ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Ex Cathedra 2016

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08 febbraio. Ho chiesto a Telecom di cancellarmi dagli elenchi, l’ha fatto ma poi la cosa ha cominciato a turbarmi: esisto se nessuno può leggere il mio nome o sono un fantasma, uno che non c’è?

21 febbraio. Due avrei voluto non morissero mai, uno era Italo Calvino, l’altro Umberto Eco. Mi piaceva la loro leggerezza.

27 febbraio. Ora vorrei essere a Ventotene a scrivere di angoli, di azzurri, di muri di sole.

03 marzo.  Stanno per scadere i 5 giorni di dieta che ogni anno faccio dopo i risultati delle analisi del sangue.

20 marzo E’ il momento di scamiciarsi, di lasciare la pelle nelle mani di questo nuovo sole. Sta arrivando un’altra estate; non ci credevate eh?

03 aprile. E’ morto Gallieno Ferri disegnatore di Zagor, il mio fumetto preferito; questa notte lo Spirito con la Scure, Cico e io lo ricorderemo  davanti al fuoco.

14 aprile.  Il caffè non è un granché ma il bar è tra gli alberi e mi piace; d’estate fuori è pieno di cicale, le foglie al vento fanno frrr.

27 aprile. Mi piacciono i paesaggi ma ancor di più la loro mutevolezza;  la valle che diventa pianura, la strada che dopo una curva mostra il mare.

26 maggio. Il jet aveva terminato la sua ascesa verticale e ora pareva in stallo; ho pensato stesse per cadere proprio sulla mia auto appena lavata.

28 giugno. Sogno una finale Italia- Islanda che finisce pari anche dopo i rigori e la monetina lanciata per decidere chi vince  rimanere in aria senza  scendere più a terra.

13 luglio. Ci sono momenti in cui potrei scrivere tremila pagine in fila senza fermarmi mai. Questo è uno di quelli.

27 luglio. Non capita una nuvola saranno tre mesi, nemmeno per sbaglio; tutto è arido, delle cicale rimane il guscio.

13 agosto. Sono pieno di difetti. Uno dice: “Dai non può essere, ce l’hai questo tal difetto?” “Si, ce l’ho.” Di pregi pochi.

30 agosto. Ho una scorza dura che non ci pianti un chiodo ma dentro ho un cuore liquido.

31 agosto. Delle case crollate per il terremoto mi hanno colpito i bagni con le docce i portasciugamani e i lavandini in bella mostra. Mi ha colpito l’intimità violata.

9 settembre. Mentre faceva l’assolo pareva che un Dio volesse portarselo via per sentirlo con calma in paradiso. Poi però è rimasto.

10 dicembre. Il mio Natale tra trent’anni lo vedo davanti al camino mentre sfoglio i volantini degli ipermercati, pagina attrezzi.

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La mia barca vola

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La mia barca vola; si è alzata di prua, una spinta di poppa, ha preso l’aria e in mare non è tornata più.  Una barca che vola non si è mai vista e poi non si pesca, col salvagente non sai che farci e non hai moli per ormeggiarti. Già, e ora dove attracco? Facile: a un albero, al palo della luce, al traliccio dell’Enel o direttamente al K2. Ho la bussola, direzione Sud Est dove tira il vento caldo; le rondini; nemmeno una barca che incontra le rondini si è mai vista. “Vi do un passaggio salite.”  ma si scansano che nemmeno loro una barca che vola l’hanno mai vista.

Qualcosa sui fichi d’India

Ho sempre amato questa pianta. Per la sua stranezza, la resistenza e per il suo non dover dar conto a nessuno. Non chiede acqua, né cure, non profuma, nemmeno si può dire che è bella o ospitale ma io l’ho amata come amo tutto quello che si mostra in disparte, che non si fa notare.
Non so dove abitate ma non crescerà se siete al freddo, vuole il caldo, l’arsura, il sudore di chi la guarda.009

 

Da bambino mi infilavo tra le sue pale cercando di attraversarle senza ferirmi, era un labirinto terribile di meandri e di spine che ne ero convinto, mi avrebbero imprigionato e non ne sarei più uscito.024

 

Che poi ti arrampichi verso l’alto a vedere dove arriva e cosa c’è sopra, cosa oltre; lo fai mettendo le mani nei radi punti in cui non vi sono spine; è una recherche, ogni centimetro una conquista. Oggi sono arrivato fin qui, oltre non ho potuto e da lì si vedeva questo.010

 

Già le spine. Quelle sui frutti sono fragili, ti entrano nella pelle con poco danno ma quelle sulle pale no, sono spade e quanto entrano provi un dolore freddo di baionetta. Ah ma i frutti sono belli, quelli da cogliere sfumano dal verde al giallo arancio; io uso della carta da pane a mo’ di guanto (le spine ci scivolano sopra) con cui preso il fico d’India lo faccio ruotare; si stacca delicato, come forse avrebbe voluto.007

 

Il fico d’India si mangia fresco di temperatura, io qui lo mangio di mattina presto quando lo stomaco è vuoto e la sua bontà l’assapori tutta. Ha una polpa ruvida e tenace, è dolce, appagante; vi sembrerà di mangiare il migliore dei gelati. Per togliere la buccia tagliate le estremità, incidetela trasversalmente e divaricatela.
Guardate, da quando non vedevate qualcosa di così bello?041

 

La vite ad agosto

E’ tutto fatto, il rito terminato; la vigna non ha più bisogno di me, va da sola verso la vendemmia. Quattro mesi di corse affannose, di zolfo e verderame dopo ogni pioggia, dopo agni aria umida finiscono qui; gli acini sono grandi grandi e robusti ora.
Passo tra i filari a dare ai grappoli aria e luce, tolgo le foglie laterali perché entri meglio il sole, lascio quelle sommitali a ripararli dalla grandine, l’unico nemico rimasto. Stanno per cambiare colore dal verde acerbo al dorato, stanno per aumentare gli zuccheri, scenderà l’acidità, salirà il pH, sarà il tempo della vendemmia. E’ vero si tratta di un ciclo naturale ma a me pare ogni volta un prodigio a cui non so per quale fortuna mi viene concesso di assistere.
I passi alzano polvere, poca erba è rimasta in vita; il sole del pomeriggio si intrufola tra le foglie, un caleidoscopio di colori in cui c’è il mio passato e il mio futuro. Faccio strade, mi muovo a cento all’ora, parlo con questo con quell’altro, ma alla fine semore qui torno; da questa grande madre che è la mia terra polverosa; qui mi ritrovo, qui misuro me stesso. E’ che sono un tipo che non piange mai se no una lacrima di commozione ora mi uscirebbe, magari direi che è sudore.
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Un mondo a parte

Non credo sia per l’età poiché già da ragazzo ero affascinato dalle piccole cose; il risvolto della foglia, l’acqua che penetra nella terra, il tremore della voce, una ruga, il ticchettio di due dita sul tavolo. Erano per me un punto di partenza, un libro che si apriva, un mondo a parte avrebbe detto qualcuno ma tant’è. Gli anni non mutarono molto la mia visione delle cose; il groviglio di una lenza continuò ad interessarmi più di un’adunata oceanica.
Non che le cose col grandangolo non le guardassi ma le trovavo dispersive, poco educative, alla fine non interessanti. Invece il percorso di una goccia d’acqua sul vetro vuoi mettere che bello: come si sceglie la strada da fare? Perché devia qui e non lì? Qual è il suo scopo? Beh, immaginate la reazione di chi mi sente fare tale domanda; quale può essere lo scopo di una goccia che scende lungo un vetro; non c’è, scende e basta.
La recente vita di campagna piuttosto che riportarmi a riflettere sui tramonti e gli spazi aperti ha perfezionato una certa visione macro delle cose; così mi interessa la formica che trasporta carichi, il percorso della nuvola, le volute del falco. Per carità, non che debba ricavarci chissà che ma dopo una giornata a discutere di questo e di quell’altro con questo e quell’altro i tardi pomeriggi così mi fanno star bene; è come se tutto si muovesse per me, per mettermi a mio agio e riappacificarmi col mondo. Cosa si impara? Nulla però è bello, tutto è un brulichio qui, uno spettacolo di luci, di colori e di suoni Silenzio, la vecchia bottiglia di latta da inizio al concerto.

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